Paragoni scomodi

Filippo Tortu con Marcell Jacobs
(Foto Colombo/Fidal)

E pensare che non doveva nemmeno correre la finale. Invece l’ha fatto e, nel giro di due ripetute sui 100, è passato dall’essere un giovane di belle speranze a trovarsi a un passo dal re. Filippo Tortu aveva esordito sui 100 il 13 maggio fermando il cronometro a 10”16, un solo centesimo dal personale personale siglato l’anno scorso. Un inizio niente male, che lasciava prevedere miglioramenti anche quest’anno, nel corso di una stagione priva di appuntamenti mondiali e olimpici. Stavolta doveva bissare a Savona. Su una pista velocissima, l’obiettivo era ritoccare il proprio record in batteria. Snobbando, poi, la finale per evitare stress inutili a pochi giorni dal Golden Gala di Roma. Missione compiuta, 10”09 (1”2 di vento a favore), quarto migliore italiano di sempre.

 

Poi però i piani sono cambiati. E Tortu è sceso in pista anche per la finale, spalla a spalla con Marcell Jacobs, la grande sorpresa della velocità di quest’anno. Hanno dato vita a un testa a testa dal livello impensabile, fino a poche ore fa, per l’atletica italiana. Jacobs ha chiuso in 10”08, nuovo primato personale. Ma ha perso. Perché prima di lui è arrivato Tortu, con 10”03. Che è un tempo clamoroso. Per una volta, non “clamoroso in Italia”: Tortu ha vent’anni, Usain Bolt quel tempo lì l’ha fatto a 21 (va detto che in precedenza si era dedicato quasi solo ai 200). E nemmeno “clamoroso per la sua età”: il record italiano è 10”01, l’ha fatto Pietro Mennea nel pieno della sua maturità agonistica, a 27 anni, a Città del Messico nei giorni del 19”72, quindi anche in altitudine. Tortu è finito a venti centimetri dal più grande di tutti. Insomma, 10”03 è tempo di livello assoluto. Chi lo fa entra facilmente in una semifinale olimpica e può puntare pure a qualcosa di meglio.

Ed è un crono con cui sognare, sui 200 che sono la distanza sulla quale finora Tortu si è sempre dimostrato più portato, di fare cose ancora più grandi. Carlo Vittori, l’allenatore di Mennea, aveva ideato una formula per stabilire quale doveva essere il tempo ottimale di un duecentista: il crono sui 100, moltiplicato per due, meno venti centesimi di secondo. Ciascuno decida se applicarlo al tempo ottenuto da Tortu o evitare per ragioni scaramantiche. Chiaro, questo risultato va confermato. Ma per ora si può dire che in un pomeriggio questo ragazzo, nella scala della crescita, ha salito due gradini in una volta sola. E questo cambia radicalmente le sue prospettive. Perché era legittimo pensare che l’abbattimento del Muro per eccellenza diventasse prima o poi un obiettivo nel mirino: se a 19 anni corri in 10”15, hai il dovere di sognare. Ma che già nella primavera di quest’anno arrivasse alle sue soglie, ad appena tre centesimi, quello non era minimamente prevedibile. Ora, quel muro lo perseguiterà gara dopo gara. Per non parlare della distanza più lunga che, dopo l’addio di Usain Bolt, sembra poter vivere un’epoca senza dominatori né superuomini in pista. Insomma, che Tortu avesse nelle corde le potenzialità per fare grandi cose si sapeva. Da oggi, è legittimo sognare che possa riuscire a essere atleta di livello anche fuori dai confini europei.

Ma non c’è solo lui. Perché il 10”08 di Jacobs piazza il 24enne al quarto posto nelle liste assolute. Davanti a lui, solo Mennea, lo stesso Tortu e Simone Collio (con 10”06). Insomma, fino al 23 maggio 2018 la storia dell’atletica italiana registrava solo tre atleti in grado di scendere sotto i 10”10. In un pomeriggio indimenticabile se ne sono aggiunti due. Che il 31 maggio saranno a Roma, al Golden Gala, per correre i 100. E chissà che, per una volta, i due rappresentanti azzurri nell’unico meeting italiano della Diamond League riescano a ottenere qualcosa di meglio delle posizioni di rincalzo. Intanto è difficile, a questo punto, dimenticare che sui 200 c’è un pugno di atleti in grado di correre tra i 20”31 di Eseosa Desalu e i 20”50 di Matteo Galvan. E che un sedicenne, Federico Guglielmi, pochi giorni fa è sceso a 21”49 sui 200.

Difficile trovare, nella storia della velocità italiana, un momento in cui ci sono stati così tanti atleti a questo livello. Almeno se si guarda il cronometro, che non è tutto ma un punto di partenza accettabile. Vale la pena prendere un paio di riferimenti. Nel 2010 la 4×100 azzurra arrivò seconda agli Europei di Barcellona, correndo in 38”17. I quattro staffettisti (Donati, Collio, Di Gregorio e Checcucci) avevano sui 100 personali che oscillavano tra i 10”06 di Collio e i 10”34 di Donati, mentre sui 200 nessuno di loro è mai sceso sotto i 20”8. Quel giorno fecero 20 centesimi meglio del quartetto azzurro che arrivò secondo ai Mondiali di Helsinki 1983, composto da Tilli, Simionato, Pavoni e Mennea. Tolto Mennea, nessuno degli altri in carriera è mai sceso sotto i 10”16 di Tilli o sotto i 20”38 di Pavoni. Quei due quartetti i cambi li provavano, perché partivano per le spedizioni internazionali con l’idea di mettere una medaglia al collo.

Ma ora, dopo l’exploit di Jacobs e Tortu, a volerci lavorare sembra che stavolta l’atletica italiana abbia in mano un mazzo di carte buono per fare qualcosa che la porti, almeno a sprazzi, fuori dagli anni bui. E provare a superare le spedizioni da incubo di Pechino 2015, Rio 2016 e Londra 2017. Certo, la gestione della 4×400 donne dell’anno scorso lascia un po’ di sconforto sulla capacità del movimento di gestire le staffette. Che, però, restano l’unico spazio dell’atletica su pista in cui si può lavorare come sistema senza investimenti eccessivi: l’alternativa è limitarsi a sperare semplicemente sulla fortuna di scovare dei talenti in qualche disciplina, come i Gianmarco Tamberi o gli Andrew Howe del momento. Chissà che, per una volta, la Fidal non riesca a valorizzare un’occasione. E a fare dell’Italia una realtà credibile nel mondo delle staffette.

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