Una storia un po’ complicata

Quando Asafa Powell,  al meeting di Rieti, fece segnare l’ultimo record mondiale prima dell’inizio dell’era Bolt
Asafa Powell
Il 9 settembre 2007, il meeting di Rieti richiamò una moltitudine di stelle nella cittadina laziale. Dopo il Golden Gala di Roma, l’appuntamento era il più importante nella stagione estiva dell’atletica italiana. Rieti aveva fama di essere una pista piuttosto propensa ai record del mondo, soprattutto quelli sulla lunga distanza: il miglio di Maricica Puica, i 1.500 di Steve Ovett e Noureddine Morceli (l’algerino fece anche il primato del miglio), i 3.000 lunari di Daniel Komen (7’20’’67, imbattuto), l’incredibile 1.000 di Noah Ngeny (2’11’’96, mai più nessuno così forte) erano valsi allo stadio Raul Guidobaldi il titolo di “tempio del mezzofondo”. Molti asserivano anche che la pista dovesse essere più corta dei 400 metri regolamentari e che la valanga di record e primati personali derivasse da quello. Leggende metropolitane, a cui però non si è mai smesso del tutto di credere.

Quell’anno, al meeting, c’erano i vincitori di dieci medaglie d’oro dei Mondiali di Osaka, terminati da poche settimane. Senza contare gli argenti e i bronzi, presenti più o meno in tutte le discipline. C’era anche il terzo classificato dei 100 metri: il giamaicano Asafa Powell, 1,90 per 88 chili di muscoli. Un fenomeno, ma dai nervi di cristallo. Aveva il record del mondo, Asafa, ormai da due anni: da quando, il 14 giugno 2005, fu capace di bruciare la pista di Atene in 9’’77, due centesimi meglio del primato siglato da Maurice Greene nel 1999. Una giusta rivincita, per quel ragazzo di 23 anni, che l’anno precedente proprio in Grecia aveva visto sfumare l’oro olimpico sul più bello: aveva dominato le batterie e sembrava il più in forma per farcela. Ma in finale, carico di tensione, non era riuscito a fare meglio che quinto. Davanti a lui era arrivato un coetaneo, Justin Gatlin. E subito dopo un nigeriano naturalizzato portoghese, Francis Obikwelu, nella giornata della vita. Il terzo gradino se l’era preso, a morsi, Greene. Persino Shawn Crawford era riuscito a sopravanzarlo, anche se si era dovuto accontentare del quarto posto.

Dietro, più staccato, Powell aveva rimuginato sui suoi errori, su quell’incapacità di tirare fuori le unghie nel momento decisivo e si era ripromesso di cambiare. I Mondiali di Helsinki 2005 sembravano l’occasione giusta per la rivincita: Gatlin non avrebbe mai potuto farcela contro il neo-primatista mondiale. Ma un infortunio lo aveva messo fuori gioco e l’americano si guadagnò il secondo titolo.

Stavolta, per Powell si prospettava un’attesa di due anni prima di ritentare l’assalto: nel 2006, vinti i Giochi del Commonwealth, il primo titolo di una carriera che si preannunciava gravida di trionfi, non c’erano altre gare importanti. Si poteva provare a battere il primato del mondo e ci provarono sia lui sia l’altra star. A maggio, Gatlin scese fino a 9’’76, poi corretto a 9’’77 per errori nel cronometraggio. Powell si giocò le sue carte a Roma, l’11 giugno: 9’’77, primato solo eguagliato. L’americano intanto venne squalificato per doping e la sua vita prese una strada completamente diversa. Powell si ritrovò padrone della velocità, pur senza medaglie al collo. Ad agosto ritentò il record, ancora a Zurigo: 9’’77 e la sensazione che una maledizione avesse colpito il giamaicano.

Poco male, pensò Powell. L’anno successivo c’erano i Mondiali e a presentarsi da primatista in Giappone sarebbe stato ancora lui. Fu così, in effetti. Ma man mano che passavano i turni, le sue occhiaie diventavano sempre più profonde. Mentre Tyson Gay, un americano che fino a quell’anno era sembrato più che altro un buon duecentista, cresceva di tono. Sui blocchi, prima dell’ultimo sprint, il giamaicano che da due anni era il più veloce di tutti, l’uomo capace di correre tre volte nel tempo del suo stesso record mondiale, si guardava intorno spaventato, sudato e smarrito. Doveva essere la gara della consacrazione, ma lui sembrava un condannato ai piedi del patibolo. Al suo fianco Gay sembrava perfettamente a suo agio nel ruolo di favorito. Quando lo starter sparò, Powell scappò via con la speranza di porre fine più velocemente possibile alle sue paure. Ma a 40 metri dalla fine fu raggiunto da Gay, che lo superò e se ne andò vincere. Lui crollò e fu superato anche da Derrick Atkins, un bahamense noto più che altro per essere il suo presunto cugino di secondo grado. Powell si dovette accontentare del terzo posto: «Volevo la medaglia d’oro, ma ho sbagliato. Sono partito bene, ho accelerato, ma verso la fine, quando ho sentito che Gay mi stava rimontando, mi ha preso il panico e da lì in poi ho sbagliato tutto».

Durissimo, nei giorni successivi, il commento di una leggenda della velocità come Michael Johnson: «Powell non andrà mai da nessuna parte, fino a quando sarà così remissivo. Contro Gay è stato patetico, nel momento in cui doveva alzare la testa e lottare per il secondo posto, l’ha abbassata e si è fatto fregare anche l’argento. Prima deve rendersi conto che è un perdente, solo allora forse diventerà un vincente».  Il suo valore sul mercato crollò. Chiese 150 mila dollari per partecipare al meeting di Zurigo in una rivincita con Gay. Dalla Svizzera gli risero in faccia e si accontentarono di avere l’americano. Per un uomo che da due anni era considerato prossimo a diventare il più grande velocista di tutti i tempi, fu uno schiaffo in faccia. Pure in patria aveva le sue insidie: tra gli uomini, meglio di lui ai Mondiali aveva fatto un ragazzo arrivato secondo nei 200, sempre alle spalle di Gay. Si chiamava Usain Bolt, era più giovane di quattro anni e prometteva molto bene.

Abbattuto, Powell accettò di partecipare al meeting di Rieti. D’altra parte, per lui che si allenava all’Acqua Acetosa, era quasi una gita fuori porta. Ci andò gratis. Scese in pista due volte, per la batteria e la finale. E nel piccolo stadio di provincia, davanti a un pubblico molto meno numeroso di quello che a Osaka l’aveva visto distrutto, staccò i piedi dai blocchi in 137 millesimi di secondo. Non sbagliò un appoggio, alzò la testa dopo dodici appoggi, sparì davanti ai suoi avversari. Non faceva impressione, mentre si mangiava il rettilineo: troppo perfetto, troppo pulito, troppo periferica quella pista illuminata dal sole e non dai riflettori e con un limitato numero di fotografi e di telecamere. A una decina di metri dalla fine si lasciò andare, perché ormai la testa era concentrata verso la finale. Poi, passato il traguardo, guardò il tabellone del cronometro: diceva 9’’74, record del mondo per tre centesimi. Merito di un vento a favore da 1,7 al secondo. Merito di una gara quasi perfetta. Merito, soprattutto, della leggerezza di correre lontano dai riflettori, senza avversari, senza premi in palio. Un’ora dopo scese di nuovo in pista e, senza vento, fece 9’’78. Un tempo ancora migliore di quello del record, visto l’anemometro: «Se avesse avuto quel vento anche in finale, dove ha corso molto meglio che nella semifinale, avrebbe chiuso in 9’’61-9’’62 – stimò Sandro Donati -. Un record mostruoso, con tutte le implicazioni che comprende questo termine, se vogliamo essere realisti». Le squalifiche di Tim Montgomery e di Justin Gatlin pesavano ancora, soprattutto per l’allenatore che, più di tutti in Italia, si era battuto contro il sistema doping. In un pomeriggio di inizio settembre, lo stadio Guidobaldi vide il miglior Powell della sua carriera. Per il giamaicano fu una rinascita: lo sconfitto di Atene e di Osaka realizzò di essere il più veloce sprinter di sempre. Lo dicevano i numeri, lo ripetevano gli statistici dell’atletica sui giornali. Era l’ora di ripartire e di prendersi tutto: «L’anno prossimo mi piacerebbe festeggiare qui l’oro di Pechino. Pechino… Ho pensato anche a questo, qualche dubbio mi è venuto, ma questo record mi ha dimostrato che sono sulla strada giusta».

(L’anno successivo, come forse qualcuno ricorderà, quel giovane Usain Bolt di cui sopra esplose e monopolizzò per nove stagioni il mondo dello sprint e dell’atletica. Asafa Powell non ha mai vinto un titolo mondiale od olimpico individuale. Neanche al chiuso: l’anno scorso era il favorito sui 60 metri, ma in finale si è fatto mangiare dalla pressione ed è stato sconfitto dal giovane Trayvon Bromell, complice una partenza disastrosa. Ha scontato una squalifica per doping ed è tornato. Quello che ha vinto, un oro olimpico e due mondiali, gliel’ha portato la staffetta: lì, dove la responsabilità della vittoria e i riflettori ricadevano su un altro, poteva sfogarsi con delle frazioni imperiali che, fino all’ultimo, hanno fatto imprecare migliaia di tifosi per tutto quel talento incapace di mantenere i nervi saldi quando serviva. Powell è sceso 97 volte sotto i 10 secondi in carriera. Ma da fine 2016, più o meno da quando si è cominciato a sperare che arrivasse a 100, non ce l’ha più fatta. Il meeting di Rieti, intanto, non si disputa più dal 2015: nel 2016 il terremoto l’ha fatto annullare, nel 2017 ci hanno pensato i pochi soldi.)

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