Giù il sipario

Si chiude un Mondiale corale, denso di grandi sfide ma senza dominatori. Il contrario di quello che hanno rappresentato gli anni di Usain Bolt

Iaaf Campionati Mondiali 2017 di Atletica Leggera
Foto: Colombo/Fidal

Tante cose resteranno dei Mondiali di Londra 2017. Non un volto-copertina, però. Poteva essere per l’ultima volta quello di Usain Bolt: ma al giamaicano il miracolo nei 100 non è riuscito, mentre l’infortunio in staffetta ha chiuso con crudele anticipo la sua volata. Così come Mo Farah ha perso l’ultima finale dei 5.000 in carriera. Doveva essere Wayde Van Niekerk: ma il sudafricano, che puntava alla doppietta 200-400, non ha brillato come sperava.

A proposito di doppiette: a Londra, la platea di atleti che ci provavano era sterminata. Doveva essere il Mondiale delle doppiette e dei dualismi, ma la sceneggiatura di questi ultimi dieci giorni folli ha sconvolto le carte in tavola. Van Niekerk e Isaac Makwala dovevano darsi battaglia due volte, nei 200 e nei 400: al botswano è stato impedito di partecipare alla finale più lunga, mentre sul mezzo giro entrambi sono usciti sconfitti. Tentava il doppio colpo Shaunae Miller-Uibo: ma l’acido lattico l’ha buttata fuori dal podio dei 400 mentre era in vista del traguardo e, due giorni dopo, non è riuscita ad andare più in là del terzo posto sul mezzo giro, dove ha vinto Dafne Schippers. L’olandese, però, nulla ha potuto sui 100 vinti da Tori Bowie, che si è guadagnata l’oro cadendo sul traguardo e dovendo rinunciare, per le conseguenze del volo, a tentare di vincere anche i 200. Almaz Ayana ha dipinto un capolavoro nei 10.000, ma i 5.000 erano troppo brevi per staccare la kenyana Hellen Onsando Obiri.

Sull’etiope, però, vanno spese due parole in più. Perché in un mondo più giusto l’erede di Bolt sarebbe lei. Se c’è qualcuna, in questa fase, che sta facendo la storia dell’atletica è questa ragazza minuta che l’anno scorso ha distrutto un primato mondiale dei 10.000 che pareva imbattibile, mentre quest’anno ha rifilato 46 secondi a un monumento come Tirunesh Dibaba. Anche sui 5.000, lo si è visto nel 2015, è straordinaria se li prepara. Ma ai Mondiali, correndoli dopo i 10.000, non può esprimersi al massimo per il tipo che gara che fa: sempre tirata al massimo, nel tentativo disperato di staccare chi la insegue. Tuttavia, il suo primato personale di 14’12’’59 (a 1’’4 dal record del mondo) e i suoi parziali straordinari sui 10.000 parlano per lei: l’anno prossimo, se li preparerà, potrà correre i 5.000 più veloce di quanto qualsiasi donna abbia mai fatto. E non è una bestemmia pensare che possa pure ambire a sfidare la barriera dei 14 minuti, se troverà la giornata di grazia. Giustizia non ce n’è e quindi Ayana è meno famosa di atlete meno vincenti e più fotogeniche, o abbastanza fortunate da partecipare a gare con maggior visibilità. Le resta la soddisfazione di essere l’atleta più forte del momento.

Poteva provare a firmare una doppietta anche Caster Semenya: la sudafricana si è fatta viva, oltre che sugli 800 stravinti all’ultima giornata, anche sui 1.500, ma non è andata più in là del terzo posto. Proprio il miglio metrico femminile, con la sua progressione confusa ed esaltante, può rappresentare, più di ogni altra gara, il simbolo di questi Mondiali. Da un lato, una gigantesca tonnara in cui ciascuno può ambire al suo posto al sole. Dall’altro, qualcosa di realmente emozionante e imprevedibile, in grado di lasciare col fiato sospeso fino alla fine. Genzebe Dibaba, la primatista del mondo, ne è uscita ultima e staccata. Mentre Semenya, considerata inavvicinabile da qualunque altra donna, non ha vinto.

Le uniche due in grado di mettere a segno una doppietta sono quelle che hanno fatto le staffette: Tori Bowie, che ha vinto l’oro in 100 e 4×100, e Allyson Felix, che la sua doppietta l’ha addirittura costruita con 4×100 e 4×400. E d’altro canto la sprinter americana, diventata la donna più medagliata nella storia dei Mondiali (è a quota 16), ha costruito la sua leggenda anche sulle staffette: tra Mondiali e Olimpiadi ha vinto 25 medaglie, di cui 14 in società con le sue compagne.

Insomma, da oggi c’è poco spazio per i marziani. E, a volerla cogliere, è tutto sommato una buona notizia. In questa atletica che non annovera quasi più record – l’unico è arrivato dalla 50 km di marcia femminile, con tutti gli annessi e connessi del caso – vedere un livello di competizione vera e agguerrita può realmente emozionare. Così come gioca a favore di questo sport il fatto che le 145 medaglie siano andate ai rappresentanti di 43 Paesi diversi. C’è posto un po’ per tutti, insomma. La vera forza dell’atletica è questa: il fatto di essere realmente universale, di non distinguere tra aree geografiche nello spargimento delle possibilità. Persino l’Italia ha trovato il suo spazio, nella più fallimentare delle spedizioni azzurre di ogni epoca. Ma questa è un’altra storia.

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