Fallire ancora, fallire peggio

Il bronzo di Antonella Palmisano non basta a cambiare le sorti del Mondiale peggiore di sempre nella storia dell’Italia. Non un’annata storta, ma il punto minimo di un declino fattosi più rapido negli ultimi anni

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Foto: Colombo/Fidal

 

Alla fine, una pezza ce l’ha messa Antonella Palmisano. Con una grande gara, la ventiseienne di Mottola ha conquistato il bronzo nella 20 chilometri di marcia. Il giusto premio per quattro anni passati sempre in crescendo: tredicesima ai Mondiali 2013, quinta a quelli del 2015, quarta alle Olimpiadi lo scorso anno. Nel mezzo infortuni e ostacoli, come per qualunque atleta, affrontati senza mai piagnucolare. Nemmeno quando, nelle interviste televisive, le facevano notare come, con una giuria appena dignitosa, quel terzo posto avrebbe potuto essere migliore: le prime tre andavano tutte squalificate o limitate a suon di ammonizioni, mentre a pagare è stata solo una. Palmisano ha replicato spiegando che lei non è soddisfatta di come ha fatto l’ultimo chilometro, che vuole migliorare. E che comunque lei in gara è troppo concentrata su sé stessa per pensare alle altre. Un livello di cultura sportiva ancora superiore, se possibile, ai suoi risultati. Entrambi – l’approccio alla pratica sportiva e i suoi risultati – hanno poco a che vedere con l’atletica italiana del 2017.

A lamentarsi, davanti alla mancata squalifica delle avversarie dell’azzurra, è stato il comandante in capo della Fidal: «Credo che dovremmo provare a fare qualcosa», ha dichiarato alla Rai Alfio Giomi, al momento di tirare le somme su questa spedizione. Si riferiva alla giuria che, come spesso accade, è stata completamente inadeguata alla gara e ha penalizzato l’Italia. C’è da capirlo: con altri giudici avrebbe potuto tornare sventolando un oro, invece che un bronzo. Rendendo più facile la difesa della spedizione più fallimentare nella storia dell’atletica azzurra. Sembrava impossibile fare peggio di Pechino 2015 e Rio de Janeiro 2016, ma la federazione ci è riuscita. Il bronzo di Palmisano è stato l’atto di misericordia nei confronti di una nazionale scialba, povera e deludente come mai prima d’ora. Gli unici atleti tra i primi otto arrivano dalla strada: sono Palmisano e Daniele Meucci, sesto in una maratona che presentava un discreto elenco di assenti (ma lui ha fatto una bella gara, non è questo il punto). In pista, c’è stato un solo finalista: il dilettante Marco Lingua.

Come si traduce tutto questo? Siamo in fondo a un medagliere che conta 43 iscritti alla classifica e questo, ahimè, c’era da aspettarselo. Ma l’Italia riesce a fare una figura indecorosa anche nella “placing table”, la graduatoria che si costituisce assegnando punti in base al numero di atleti classificatisi tra i primi otto e al loro posizionamento. Qui, a trovare spazio sono state 66 squadre. L’Italia è trentottesima. Questo il risultato dei soldi, dei finanziamenti e dei progetti varati per l’atletica nazionale: un Paese di 60 milioni di abitanti, ricco, che si concede il lusso di stipendiare qualche centinaio di atleti, è a tutti gli effetti una comparsa. Siamo spariti dalle cartine dell’atletica.

Per vedere come è successo, può essere utile guardare la tabella in basso, che riepiloga posizionamenti per medagliere e placing table in ciascuna edizione dei Mondiali. Quelli segnati in rosso sono i risultati ottenuti dall’inizio della presidenza di Giomi. Va aggiunta un’Olimpiade senza medaglie, la prima da Melbourne 1956.

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«Non sono contento – ha ammesso il presidente della Fidal, dopo aver terminato di scagliarsi contro i giudici rei di aver fatto perdere Palmisano -. Il placing table dà l’idea della forza di una nazione. Il nostro è assolutamente insoddisfacente e deludente, i rimpianti sono tanti. Bastava guardare la finale di oggi, dove avrebbe potuto essere presente Gimbo». “Gimbo” è Gianmarco Tamberi, eliminato senza troppe colpe nelle qualificazioni del salto in alto. Brucia anche la 4×400 donne: «In finale abbiamo visto la Francia arrivare quarta. Noi siamo usciti per 22 centesimi di ritardo dalla Francia e non dovevamo uscire, abbiamo sbagliato qualcosa qui e non solo qui». Già, ma chi ha sbagliato? Chi ha deciso di portare a Londra una Libania Grenot palesemente non all’altezza della situazione, sia fisicamente sia mentalmente come si è visto anche nella surreale intervista post gara? Il dt Elio Locatelli, scelto da Giomi.

Posto che i miracoli non si fanno e che alcune situazioni sono figlie della sfortuna, la responsabilità di quella gara e di tante altre è dei vertici Fidal, confermati a novembre nonostante arrivassero da un quadriennio fallimentare. Tutti gli atleti del mondo sono fatti di carne e ossa. I Fabrizio Donato e compagnia infortunati ai box ci sono anche negli altri Paesi. Quelli che deludono al momento del dunque, pure. E allo stesso modo anche gli altri atleti possono incappare nella botta di sfortuna. Ma solo da noi i big si fanno male, deludono o incappano nella sfortuna con questa frequenza. Quando la frequenza diventa così elevata, qualche dubbio sul fatto che non sia un problema contingente ma di sistema sorge. E il dubbio si fa più forte riguardando quella tabella. Perché nessuno pretende i fasti degli anni Ottanta, l’eccezionale exploit di Goteborg 1995 o i successi di Fiona May e Fabrizio Mori del 1999. In parole povere: nessuno pretende che l’Italia del 2017 sia all’altezza della propria storia. Ma questa nazionale, sulla carta, non è più scarsa di quella che andava ai Mondiali di Helsinki, di Osaka, di Berlino o di Daegu. E invece, nelle tre manifestazioni disputate sotto la presidenza Giomi, si sono ottenuti il primo, il secondo e il quarto risultato peggiore di tutti i tempi. Per distacco, per altro. Forse su questo il numero uno della Fidal, i suoi dirigenti e chi l’ha riconfermato l’anno scorso pochi mesi dopo un’Olimpiade penosa dovrebbero riflettere.

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