La caduta dei re

Per infortunio o davanti al pubblico di casa: Usain Bolt e Mo Farah abdicano, entrambi in maniera molto dolorosa. Risorge Allyson Felix, che diventa l’atleta più medagliata nella storia dei Mondiali

Bolt a terra
Foto: Getty Images

Dato che farlo perdere contro Justin Gatlin non era stato sufficientemente crudele e violento nei confronti dei suoi tifosi, il sadico sceneggiatore che regge i destini di questi Mondiali – Dio, George RR Martin, il caso se proprio non si vuol credere alle entità sovrannaturali – ha optato per chiudere la carriera di Usain Bolt in maniera ancora più straziante. Per tre quarti di gara, il copione della 4×100 era stato perfetto. La Giamaica, al termine della frazione di Yohan Blake, era al terzo posto. Non appiccicata a Stati Uniti e Gran Bretagna, ma abbastanza vicina da consentire al Fulmine una visibile rimonta con vittoria e apoteosi finale. Di quel trionfo, a Kingston avevano assolutamente bisogno: la 4×100 donne aveva appena finito di perdere, il medagliere diceva ancora zero ori nelle gare di velocità pura (100, 200 e staffette veloci) tra uomini e donne. Bolt si è lanciato, ma i suoi muscoli non hanno retto. Una fitta alla coscia, due o tre balzi cercando di fermarsi senza cadere rovinosamente al suolo. È finita con lui a terra e una temporanea delusione del pubblico, affranto per pochi istanti prima di vedere che Nethaneel Mitchell-Blake andava a recuperare Christian Coleman. Poi l’esplosione di gioia per l’oro della Gran Bretagna: perché un fulmine che cade fa rumore, ma mai quanto una vittoria della propria nazionale.

È difficile immaginare una maniera più triste di chiudere, per il più grande sprinter dell’era moderna. Ha rifiutato la sedia a rotelle, è arrivato in fondo zoppicando. Ora gli chiederanno di ripensarci, di riposarsi un anno e di tornare a gareggiare nel 2019. L’augurio, per lui, è di non farlo. Questo Mondiale non gli toglie nulla, al limite gli aggiunge un soffio di umanità e di empatia. Anche da parte di chi non lo ha mai amato perché troppo vincente, troppo perfetto, troppo catalizzatore. Meglio ritirarsi definitivamente a quello che, nonostante tutto, resta l’apice della gloria.

L’omaggio del mondo dello sport e dei tifosi è partito fin da subito. I primi a inchinarsi sono stati gli americani, che in nome suo sono riusciti a perdere una finale della 4×100 in cui schieravano l’oro e l’argento della gara individuale e in cui i rivali più forti non sono arrivati al traguardo. E così, dal 2008 al 2017, fanno dieci stagioni di sole sconfitte.

Bolt non è stato l’unico re detronizzato nella penultima notte di Londra. Prima era stato il turno di Mo Farah. I suoi avversari hanno dovuto fallire dieci volte negli anni, ma all’undicesimo tentativo sono riusciti a rovinargli la festa. A casa sua, all’ultima gara iridata su pista della sua carriera. Il britannico ha chiuso la sua epoca come l’aveva iniziata: con un argento. Muktar Edris è il nuovo campione mondiale dei 5.000 metri. La stessa distanza che l’aveva incoronato, cinque anni fa, con il titolo mondiale juniores. Fino ad oggi era quello il pezzo più pregiato del suo palmares, che comprende un decimo posto ai Mondiali 2013 sui 10.000 e la settima piazza ai Mondiali 2015 sui 5.000. L’anno scorso, una squalifica gli aveva tolto la quarta posizione nella finale olimpica sulla distanza più breve. Stavolta ha trovato la gara della vita. Aveva passato tutta la prima parte della finale lontano dalla testa, senza farsi notare troppo. Poi, lui e Yomif Kejelcha si sono messi in testa all’ultimo giro. Proprio sul punto in cui era solito attaccare Mo Farah. Non stavolta, non nell’ultima grande notte della sua carriera. E lui si è trovato a inseguire, dapprima senza troppe preoccupazioni e poi via via più incredulo. Alla bagarre si è aggiunto anche l’americano Paul Kipkemoi Chelimo, che l’ha superato. Farah ha tentato una rimonta disperata, ma non sembrava averne. Ha agguantato la seconda piazza solo perché Kejelcha ha commesso un errore tattico: si è allargato sull’ultimo rettilineo, lasciandogli un corridoio per superare lui e Chelimo. Non Edris, che ormai se l’era svignata.

E dire che fino all’ultimo giro la gara sembrava essersi messa bene per Farah. I ritmi blandi, con un secondo chilometro di poco inferiore ai 3’ e i primi 3.000 metri con una media sopra i 2’50’’. La solita accelerazione sull’ultimo chilometro, ma stavolta più violenta delle altre volte: Edris ha coperto l’ultimo “mille” in 2’21’’04. Resta da capire perché Mo Farah sia uscito sconfitto proprio nella gara tatticamente a lui congeniale. Ci sono almeno due spiegazioni possibili. Primo, i 34 anni denunciati dalla carta d’identità. Secondo, e più rilevante, una certa stanchezza: Mo Farah ha passato tutta la gara nelle prime posizioni, per essere sicuro di avere la situazione sotto controllo. Quando è in forma e sicuro di sé non lo fa mai. Ma stavolta, probabilmente, non aveva ancora smaltito tutte le tossine dei 10.000, dove gli avversari hanno realmente cercato di metterlo in difficoltà dal primo all’ultimo chilometro. In questo senso, si può dire che ha iniziato a perdere i 5.000 la prima notte dei Mondiali, quando ha dovuto dar fondo a tutta la sua forza per venire a capo di una situazione spinosa.

Per lui, e per il mezzofondo, la notte dei 5.000 di Londra segna la fine di un impero iniziato nel 2011. Quando, dopo l’argento nei 10.000 contro l’etiope Ibrahim Jeilan ai Mondiali di Daegu 2011, ha cominciato una serie fatta di dieci vittorie consecutive: sei iridate, quattro olimpiche. Facilitate dal fatto che, troppo spesso, i suoi avversari hanno rinunciato a dargli battaglia in maniera convinta e continuativa. Stavolta l’hanno fatto. E i risultati si sono visti. Per Farah, osannato dal pubblico di Londra, è la fine della carriera su pista. In mezzo alle ovazioni, perché i tifosi, a differenza dei media, non hanno mai troppo puntato il dito sui test antidoping saltati prima delle Olimpiadi o sugli interrogativi che circondano il suo allenatore Alberto Salazar. Sulla grandezza del britannico, ognuno avrà la sua versione. Guardando le medaglie, ha vinto più di Kenenisa Bekele e Haile Gebrselassie messi insieme. Ma entrambi potrebbero replicare di avere avuto avversari più forti: motivo per cui Gebre non ha mai tentato la doppietta e Bekele spesso si è concentrato solo sui 10.000. Entrambi gli etiopi, poi, hanno primati personali migliori dei suoi. Non è illecito pensare che, in gara, sia loro due sia Hicham El Guerrouj (nei 5.000) avrebbero potuto batterlo. E in effetti, finché Bekele è stato sulla cresta dell’onda, Mo Farah è rimasto ai margini. Resta l’impressionante ruolino di dieci ori e due argenti sulle ultime dodici finali globali disputate, che lo rendono un grandissimo a prescinddere.

La notte di Londra ha regalato altre gare di altissimo livello: il salto in alto donne, teso e combattuto anche grazie a una progressione delle misure decente, e il giavellotto uomini, dove con misure strabilianti si rimaneva fuori dal podio. Tra le ragazze, Maria Lasitskene ha vinto come da pronostici. Ma ha dovuto faticare più del previsto, perché sulla sua strada ha trovato due avversarie che non le hanno ceduto niente. La prima è stata la polacca Kamila Licwinko: era terza e per miracolo, perché era riuscita a saltare 1,97 all’ultimo tentativo. Ma a 1,99 è passata alla prima prova. Come lei anche l’ucraina Yuliia Levchenko. E Lasitskene, che invece ha sbagliato, si è ritrovata improvvisamente sul gradino più basso del podio. Ha replicato chiedendo di alzare l’asticella a 2,01 e saltandola immediatamente. Troppo per la polacca. L’ucraina, invece, ci è riuscita al secondo tentativo. Ha vent’anni e che fosse un talento enorme si sapeva già, ma prima di questa gara il suo personale era a 1,97. Fatto l’ultimo miracolo, nulla ha potuto contro il 2,03 alla prima prova della russa senza bandiera. Nel giavellotto, il tedesco Johannes Vetter ha vinto con il primo lancio a 89,89. Il secondo, il ceco Jakub Vadlejch, gli è arrivato a sedici centimetri. Con 88 metri si rimaneva fuori dal podio, in una delle finali di più alto livello che si ricordino. Da segnalare anche l’australiana Sally Pearson, che dopo due anni di infortuni si è ripresa il trono dei 100 ostacoli senza partire da favorita.

C’era spazio per un’ultima detronizzazione, nella notte di Londra. Poteva avvenire nella 4×100 donne. Ma Allyson Felix non è mai stata una dominatrice assoluta e quindi non può mai cadere del tutto. Nemmeno stavolta, nemmeno dopo un 400 oggettivamente deludente per lei. In staffetta, con gli Usa, ha conquistato un nuovo oro, il decimo ai Mondiali, che porta le sue medaglie iridate a 15 (ci sono tre argenti e due bronzi), una in più degli eroi giamaicani Merlene Ottey e Usain Bolt. Le manca ancora una 4×400 per provare ad ampliare il suo bottino, che comprende anche sei ori e tre argenti olimpici. È una regina meno letale del giamaicano e del britannico, l’americana. Ma è indomabile.

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