Anatomia di una farsa

Per la prima volta, i Mondiali aprono la 50 km di marcia alle donne. Nel peggiore dei modi possibili

Marcia donne
Foto: profilo twitter Iaaf

Il 13 agosto 2017, ultimo giorno dei Mondiali di Londra 2017, entrerà nella storia come il giorno in cui la 50 km di marcia, l’ultima gara ancora preclusa alle donne nel panorama dell’atletica leggera, è stata aperta anche a loro. La caduta dell’ultimo tabù è arrivata a dodici anni dall’entrata nel programma dei 3.000 siepi. E così, ormai, le differenze tra uomini e donne nella programmazione dei grandi eventi sono minime: l’eptathlon invece che il decathlon, i 100 ostacoli invece che i 110 ostacoli, qualche cambiamento nell’altezza delle barriere e nelle masse di disco, martello, peso e giavellotto. Un risultato non da poco, visto il maschilismo che ha sempre caratterizzato le decisioni della Iaaf: è sufficiente ricordare che gli 800 metri erano considerati inadatti alle donne fino  al 1960, che la maratona femminile ha esordito alle Olimpiadi solo nel 1984 e che pure la stessa marcia ha storia molto recente. Questo perché, storicamente, è sempre stato difficile accettare il fatto che le donne riuscissero a saltare, correre, lanciare e marciare a livelli agonistici. Ma i tempi, ormai, erano maturi: benché le liste Iaaf annoverino solo 21 donne nelle loro graduatorie, il primato mondiale della portoghese Ines Henriques è un più che decente 4:08’26”.

Tutto perfetto, allora? Per niente. Perché la 50 km di marcia è entrata ai Mondiali nella maniera più grottesca che si potesse immaginare. Alla partenza si sono presentate sette atlete, le uniche che avevano il minimo richiesto (quattro ore e mezza) o che avevano ottenuto una wild card grazie alla vittoria in competizioni continentali. Il motivo è semplice: la Iaaf, questa gara, non aveva nessuna intenzione di portarla a questi Mondiali. Solo lo scorso anno c’era stato un primo timido passo avanti, l’apertura della gara maschile della Coppa del mondo di Roma alle donne. Un’apertura che, in teoria, avrebbe dovuto essere un bel gesto senza conseguenze: chi mai, potendo scegliere, avrebbe  convocato una donna in una gara a squadre dove contano i piazzamenti? Gli Usa lo hanno fatto. La pioniera è stata Erin Taylor-Talcott, che quel giorno è arrivata ultima.

Ma alcune ci hanno preso gusto. Tra loro Susan Randall, un personale di 4:54’12’’ che la rende la peggiore tra le partenti. Assistita dall’avvocato Paul DeMeester, ha minacciato la Iaaf di far partire una causa legale per discriminazione con tanto di ricorso al Tas se la 50 km donne non fosse entrata nel programma olimpico. La federazione, che già si deve destreggiare tra svariati scandali e figuracce, ha deciso di evitare un’altra grana, inserendo la gara. L’annuncio è arrivato il 23 luglio, per fare il minimo di qualificazione c’era tempo fino al 25. Termini proibitivi: come si può pensare di preparare in 48 ore una 50 chilometri per scendere sotto le quattro ore e mezza? Inoltre, questa gara si affronta un paio di volte l’anno a dir tanto: come si può immaginare che un’atleta possa farla due volte in tre settimane? La risposta a entrambe le domande è semplice: non si può. Così, il crollo dell’ultimo muro si è trasformato in una farsa, l’ennesima, della gestione di Sebastian Coe. Che dal canto suo, all’annuncio dell’inserimento della competizione, ha rilasciato il solito commento surreale: «Dobbiamo riconoscere che questa è stata una decisione dell’ultimo minuto, basata sulla richiesta di un piccolo gruppo di atlete. Pertanto, per garantire la credibilità a lungo termine dei Campionati del mondo, seguiremo la raccomandazione del Race Walking Committee e valuteremo lo sviluppo dell’evento per determinare se c’è un numero sufficiente di atleti e di Paesi legittimamente interessati». Tradotto: l’abbiamo inserita per farvi un piacere, ma non fateci l’abitudine perché se ci si presenta l’occasione la togliamo. D’altra parte, la stessa 50 chilometri maschile è a rischio taglio dal programma olimpico. Figurarsi quanto la Iaaf abbia voglia di aggiungere carne al fuoco. Ridicola anche la decisione di inserire un “check” per garantire l’alto livello della competizione. Per arrivare al traguardo, infatti, serve passare in 4:17’ a 48 chilometri. Il che significa costringere una marciatrice a fermarsi in vista del traguardo, se il suo crono sarà superiore.

La colpa di questa barzelletta, ovviamente, non è del ristretto drappello di partecipanti. Ma di un movimento che, nel 2017, non aveva ancora deciso di aprire la distanza più lunga alle donne. Erin Talcott, la prima donna a competere in una 50 chilometri di livello mondiale lo scorso anno, è stata squalificata prima del decimo chilometro: «È stato fantastico. Mi sentivo fantastica, mi sentivo forte, quindi sono rimasta sorpresa della squalifica», ha detto  ai microfoni Rai. Ha raccontato delle difficoltà incontrate per vedersi riconosciuto il diritto a marciare su questa distanza, diritto che nessuno si sogna di mettere in discussione quando si parla di uomini: «È stato veramente difficile, con gente che diceva cose orribili su di me personalmente e sulle donne in generale». E ha anche detto che questa distanza le piace, che diversi Paesi si stanno muovendo per essere competitivi su questa gara. La Iaaf si dovrà rassegnare: l’atletica è di tutte e di tutti.

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