Comunque vada, sempre contenti

La 4×400 azzurra butta via una qualificazione ampiamente alla portata. Decisiva la scelta della Fidal di schierare, nonostante si fosse presa un anno sabbatico, Libania Grenot. Che a eliminazione avvenuta commenta: “Io comunque sono contenta”

Iaaf Campionati Mondiali 2017 di Atletica Leggera
Foto: Colombo/Fidal

«Io comunque sono contenta, comunque vada sono sempre contenta. Posso dire che comunque sono veramente contenta di essere stata qui insieme alle ragazze dopo quest’anno tranquillo che ho preso». Sono queste le prime parole pronunciate da Libania Grenot ai microfoni Rai dopo le batterie della staffetta 4×400, dove erano impegnate anche le italiane. Difficile capire da che cosa derivi la gioia della campionessa europea, dopo il mancato accesso alla finale per 22 centesimi. Nella staffetta azzurra c’è stato un anello debole, la terza frazione: la sua. Il che è incredibile, se si pensa che Grenot è la primatista italiana di 200 e 400, campionessa europea in carica, finalista olimpica a Rio de Janeiro. Insomma, se si pensa che la cubana naturalizzata italiana è l’unica azzurra di livello mondiale che possiamo annoverare sul giro della morte.

Ma quest’anno Grenot ha deciso di non disputare gare: si è presa un anno sabbatico. E pur continuando ad allenarsi ha diminuito i carichi. Tanto che non ha nemmeno partecipato ai Mondiali nella gara individuale, perché sapeva di non essere all’altezza. Eppure, la Fidal ha deciso di convocarla per farle correre la staffetta. Una scelta meditata, per la verità: per sciogliere le riserve, è stato pure organizzato un test di efficienza, nel corso del quale la 34 enne ha corso i 60 metri lanciati in 7’’15 e i 300 in 38’’4. Risultati non proprio esaltanti, anzi decisamente mediocri (per i suoi livelli), ma che non hanno distolto la federazione dall’intenzione di convocarla. Sicchè, a Londra la 4×400 si è presentata con un’atleta nel pieno del suo anno sabbatico, fuori forma e pure poco interessata ai destini della sua staffetta. Perché il suo orizzonte, ha detto lei stessa, sono gli Europei di Berlino: «Io sto pensando a Berlino e perciò questo è un passaggio», ha spiegato. Insomma, i Mondiali utilizzati come preparazione a una manifestazione continentale. Una testimonial migliore del fallimento di Londra, la Fidal non avrebbe mai potuto trovarla nemmeno se avesse voluto.

Libania Grenot, va ricordato, è una delle atlete di punta della Nazionale, tanto da aver meritato un’attenzione particolare e la possibilità di allenarsi negli Stati Uniti alla corte del totem Loren Seagrave. Ma i risultati, fino all’anno scorso, hanno stentato ad arrivare. E questo nonostante la completa sicurezza di Grenot, a cui non è mai mancata la fiducia persino eccessiva nei propri mezzi e nelle proprie qualità. Tanto da permettersi, più di una volta, dichiarazioni pericolosamente oscillanti tra l’arrogante e il surreale a bordo pista. Nulla di eccessivamente grave, per carità. Resta un’atleta superiore alle altre in Italia. Se si allena per gareggiare. Perché, se non si allena per gareggiare, ovviamente non è meglio delle altre atlete al top delle liste nazionali. Con la differenza che, come spesso le accade, lei non dimostra nemmeno una particolare carica agonistica nelle gare di squadra.

E quello l’Italia ha pagato: quel tempo finale, 3’27’’81, è appena 22 centesimi sopra al 3’27’’59 che serviva per agguantare una finale che sarebbe stata un decoroso premio di consolazione per la spedizione più fallimentare nella spedizione azzurra (e dopo la doppietta Pechino-Rio ce ne voleva). Probabilmente nemmeno Ayomide Folorunso ha fatto la gara perfetta, mentre molto bene hanno gareggiato Maria Benedicta Chigbolu in prima frazione e Maria Enrica Spacca in seconda: quest’ultima, soprattutto, conferma una capacità di trasformarsi tra gara individuale e staffetta che colleghe più talentuose, Grenot in primis, non hanno mai avuto. Ma la frazione peggiore è stata quella dell’italo-cubana: ha preso il testimone in quarta posizione, è rimasta a contatto con le prime fino a metà gara e poi ha finito la benzina. È stata staccata, poi superata abbondantemente dalla polacca Martyna Dabrowska. Una che di personale ha 52’’01, Grenot ha 50’’30.

Si dirà: chi aveva l’Italia, che potesse fare meglio di una Grenot, per quanto fuori forma? La risposta è: diversi profili. Non necessariamente Raphaela Lukudo, riserva della 4×400, sarebbe andata peggio, soprattutto messa davanti all’occasione della vita. Ma pure le ostacoliste Marzia Caravelli e, soprattutto, Yadisleidis Pedroso avrebbero potuto regalare prestazioni migliori. Per una ragione banale: loro i Mondiali li hanno preparati. Non sono venute a Londra nel pieno di un anno di riposo. E hanno deluso nella gara individuale, quindi avevano anche il dente avvelenato e fame di rivalsa. Fame che mancava a Grenot che, forte della sua fama individuale e delle sue possibilità a livello continentale il prossimo anno, non perde il sonno per una staffetta. E pazienza se proprio la 4×400 è l’unica cosa su cui è stato fatto un lavoro decente negli ultimi anni.

Surreale, nelle dichiarazioni post-gara, anche la chiusa della stessa Grenot (capitana della spedizione azzurra) quando le è stato chiesto di spiegare il fallimento dell’Italia: «Secondo me è la testa degli atleti che subito pensano che sono Dio, subito si montano la testa per qualche risultatino che possono ottenere. Ma contano gli assoluti, è qui che conta». Ha ragione, ma detto da una che ai Mondiali ha deciso di presentarsi in pieno anno di riflessione suona incredibile.

La colpa, per la verità, non è di Grenot, che è responsabile solo delle sue frasi suurreali e fuori luogo. La responsabilità, come sempre, è di chi ha deciso di convocarla per i Mondiali. Perché le alternative a un’atleta a riposo ci sono. Ed è impensabile che dopo un test di efficienza scialbo come quello dell’italiana si sia deciso di procedere comunque con lei in gara. È la dimostrazione di come la federazione azzurra, da Alfio Giomi in giù, continui a preparare i grandi appuntamenti in una maniera incomprensibile. Ci sta non avere fenomeni nella propria squadra: non a tutti è data la fortuna di avere un Usain Bolt o un Wayde Van Niekerk tra i propri componenti (anche se qualcuno, questi campioni, li ha scovati e cresciuti, non sono spuntati come i funghi); ma a quel punto bisogna attrezzarsi e ottenere il meglio con quello che si ha.

Invece si parla da anni di un sistema che non funziona senza cercare minimamente di metterci le mani. Il baricentro resta spostato quasi totalmente sugli atleti delle forze militari, a prescindere dai loro risultati. I dilettanti vengono trattati come cani in chiesa. Non solo Marco Lingua, l’unico che almeno può vantare una finale a questi Mondiali: Catherine Bertone, a 44 anni, è arrivata venticinquesima nella maratona olimpica di Rio de Janeiro. La Fidal aveva fatto di tutto per non portarla, arrendendosi solo sotto la minaccia di una sollevazione popolare di tutti quei podisti della domenica che, pagando il tesserino federale, ne sostengono la sopravvivenza. Dopo le Olimpiadi, l’ha messa nel dimenticatoio. Per carità, non è su Bertone che si costruiscono le basi per il futuro. Ma almeno si poteva conquistare qualche telespettatore in più: la dilettante tra le grandi ha, giustamente, un maggiore appeal della campionessa europea stipendiata dallo Stato che arriva senza allenamento, perde ed è contenta comunque.

Ma il vuoto delle staffette rappresenta la colpa peggiore. Perché se nella 4×100 femminile la Svizzera approda agevolmente alla finale e nella 4×400 maschile gli spagnoli fanno lo stesso, per tacere di un Belgio che lo fa schierando tre fratelli, significa che nelle gare col testimone un lavoro organico potrebbe permettere anche a chi non annovera punte di diamante di togliersi qualche soddisfazione. In Italia questo non è: non lo è per le 4×100, non lo è stato finora per la 4×400 maschile (si spera di meglio dall’anno prossimo). Finora si era salvata almeno la 4×400 femminile, su cui effettivamente un lavoro minimo di preparazione e ricerca dei profili giusti sembrava essere stato fatto. Stavolta la Fidal ha deciso che pure questa gara contava poco o nulla. E si è deciso di buttare alle ortiche lo splendido sesto posto olimpico dell’anno scorso, per puntare in non si capisce bene cosa agli Europei 2018. Quando Libania Grenot avrà, per inciso, 35 anni. Il giusto corollario al peggior Mondiale della storia azzurra.

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