Un’atletica normale

Nel primo 200 privo di Usain Bolt Ramil Guliyev domina una finale all’ultimo respiro, tesa ed emozionante a dispetto dei crono ritornati “normali”

Iaaf Campionati Mondiali 2017 di Atletica Leggera
Fonte: Colombo/Fidal

 

Il primo sprinter vincente tra i nati negli anni Novanta è un azerbaigiano naturalizzato turco di 27 anni. Ramil Guliyev è il nuovo campione del mondo dei 200 metri piani. Prende il testimone lasciato da Usain Bolt, nella gara che più il giamaicano ha saputo interpretare e dominare. Il pronostico era aperto e Guliyev, forte di un 19’’88 di personale risalente al 2015, non era certo l’ultimo dei carneadi: ottavo l’anno scorso alle Olimpiadi di Rio, sesto ai Mondiali di Pechino due anni fa, settimo a quelli di Berlino 2009, quando Bolt siglò il record del mondo e lui aveva appena 19 anni. Quest’anno, per la prima volta, è sceso sotto i 10 secondi nei 100.

Ma certamente, i due uomini più attesi erano Wayde Van Niekerk e Isaac Makwala. I duellanti più attesi erano loro, dopo il confronto mancato nei 400. Un faccia a faccia reso ancora più interessante dopo le vicende degli ultimi giorni, con relative polemiche, sull’esclusione di Makwala dalla finale dei 400 per una gastroenterite con annesso rischio-contagio. In seguito il risarcimento, tramite la possibilità di rientrare in gioco nei 200 con una batteria corsa in solitaria.

Entrambi hanno deluso le aspettative. Van Niekerk, che era chiamato alla doppietta per raccogliere lo scettro di più grande nel dopo-Bolt, aveva già rischiato di uscire in semifinale, vittima della stanchezza post-400. Si è salvato per miracolo e, in finale, ha corso una buona curva. Ha perso sul rettilineo, venendo risucchiato e poi sopravanzato da Guliyev e difendendo per un solo millesimo il vantaggio sul trinidegno Jereem Richards. Makwala, dopo la giornata di gloria in cui ha corso una surreale batteria in solitaria sotto la pioggia in 20’’20 e, due ore dopo, una semifinale, è andato alla deriva e ha chiuso sesto. Un calo sicuramente motivato in parte dallo sforzo a cui si è dovuto sottoporre per rientrare in partita, ma incide anche un problema di testa che aveva già evidenziato gli anni scorsi: in finale gli manca ancora qualcosa per dirsi un campione. Ora, per il Botswana, le speranze arrivano dalla 4×400: un po’ poco, per una nazionale che, tra Makwala e Nijel Amos, era venuta a Londra sperando di vincere almeno quattro medaglie. Ma proprio un’eventuale vittoria nella staffetta lunga sarebbe un’impresa in grado di risarcire di tutte le altre sconfitte: difficile, non impossibile, mentre un podio è decisamente alla portata.

Il tempo del vincitore, 20’’09, è due centesimi più basso di quello che serviva per andare a podio, 20’’11. E  questo apre il campo a due riflessioni. La prima: il primato mondiale di Bolt è 90 centesimi più basso. È vero. Come è vero che le condizioni climatiche di Londra non sono le stesse che si registrarono a Berlino otto anni fa e questo può spiegare in buona parte i tempi alti. Un’altra spiegazione arriva dal fatto che i due più forti, Makwala e Van Niekerk, si sono spremuti come dei limoni in questi giorni, sia a livello fisico sia mentale. Recuperare dei 400 (tre per Van Niekerk, due per Makwala che però ha corso batterie, semifinali e finali dei 200 nell’arco di 26 ore) è più difficile che recuperare dei 100 come faceva Bolt. E questo ha un peso, nelle posizioni e nel cronometro: in condizioni ottimali, quest’anno, il sudafricano è sceso a 19’’84 e il botswano a 19’’77 e soprattutto il primo ha margini di miglioramento. La terza ragione è che Bolt, chiaramente, è stato un fenomeno ineguagliabile. Ma cominciare a sputare su tutto quello che viene dopo non aiuta l’atletica e non è nemmeno giusto nei confronti di chi corre oggi: le gare premiano il più forte del mondo a una data ora in un dato giorno, non il più forte della propria epoca. Bolt non ha corso i 200 perché non si sentiva in condizione e, per quello che si è visto nei 100, aveva ragione. Se non si è presentato alla partenza, è perché gli altri erano più forti e lo sapevano. Quindi a oggi, nel 2017, Guliyev è più forte di Bolt. Blasfemo, forse. Ma normale.

C’è un altro aspetto che vale la pena considerare guardando il cronometro: tre atleti in due centesimi non si vedevano da prima che arrivasse il giamaicano a sconvolgere il mondo dell’atletica. La finale era contendibile, è stata emozionante e si è risolta solo al photofinish. Come dovrebbe essere una finale mondiale, insomma. A questo, si potrebbe aggiungere che pure le due provenienze del vincitore – non capitali della velocità, ma periferie – ricordano perché l’atletica è uno sport unico: qui, più che altrove, le superpotenze rischiano di perdere. Basta essere lì al momento giusto per farcela.

Per altro, se si valutasse la qualità delle vittorie solo in base al riscontro cronometrico, dovremmo dire che Pietro Mennea nel 1980 a Mosca fece una garetta penosa: 20’’19, 47 centesimi peggio del suo primato mondiale. Fortunatamente l’atletica non funziona così e di quella gara ci resta una rimonta su un rettilineo infinito. Di questa, ci resta un testa a testa fra tre avversari fino all’ultimo centimetro. E l’impressione che si tratti di una finale di transizione tra la vecchia generazione e quella nuova, che si è già affacciata con il giapponese diciottenne Abdul Hakim Sani Brown (settimo) e l’italiano diciannovenne Filippo Tortu (fermatosi in semifinale). Guliyev è il primo nato negli anni Novanta a portare a casa un oro mondiale od olimpico in una gara tra i 100 e i 200. Anche questo, a pochi  giorni dalla vittoria sui 100 del Justin Gatlin campione olimpico di Atene 2004, è segno dei tempi. È anche il primo vincitore con la pelle chiara dal 2001: l’ultimo fu il greco Konstantinos Kenteris, ai Mondiali di Edmonton. Anche questo, per quello che conta, segno di un’epoca che sta vedendo i bianchi tornare a vincere nelle gare di corsa, come è già successo negli 800 metri maschili. Sempre avvenimenti utili per ricordare che colore della pelle e regioni di provenienza non incidono quanto talento e allenamenti, a dispetto di un lungo e insopportabile elenco di luoghi comuni.

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