Resa dei conti

Sulla pedana del salto in lungo si affrontano tre atlete che, un anno fa, monopolizzarono la finale di Rio de Janeiro e promettono di fare lo stesso quest’anno

Bartoletta

L’anno scorso, a Rio de Janeiro, l’oro olimpico del salto in lungo femminile se lo giocarono in tre. Quando a ciascuna mancavano due tentativi, nessuna di loro era ancora salita sopra i sette metri. Agli ultimi due colpi, tutte e tre ce la fecero entrambe le volte. Quelle atlete erano le americane Tianna Bartoletta e Brittney Reese e la serba Ivana Spanovic, che arrivarono in quest’ordine. Stesso podio dell’anno precedente ai Mondiali di Pechino, con l’unica differenza che sul secondo gradino invece di Reese c’era la britannica Sarah Proctor. Per le tre duellanti, è arrivata l’ora della rivincita di Rio. E se andrà come nelle ultime due occasioni, sarà una finale incerta e mozzafiato come poche. Perché tutte e tre, oltre a essere saltatrici straordinarie, fanno dell’agonismo una delle armi più affilate. E quando vengono superate, rischiano subito il tutto per tutto per riportarsi in vantaggio. Gli unici elementi che le accomunano sono questi. Analizzando il podio di Rio, infatti, si possono ammirare tre personaggi molto diversi nei loro caratteri e nelle loro storie.

Quello di Tianna Bartoletta, già nota da nubile come Madison, è un nome conosciuto sì ma non quanto meriterebbe, se si pensa che, tra Mondiali e Olimpiadi, ha vinto qualcosa come cinque ori togliendosi anche la soddisfazione di realizzare un primato mondiale. Ha una caratteristica che la rende unica: attualmente è la sola atleta di alto livello in grado di essere competitiva sia sui 100 sia sul salto in lungo, come faceva Carl Lewis. Il suo primo oro è datato 2005, quando l’americana aveva vent’anni e conquistò il titolo mondiale. Poi un decennio di sconfitte, anche dolorose: il decimo posto a Osaka 2007, l’assenza dalle Olimpiadi del 2008 e dai Mondiali del 2009, del 2011 e del 2013. Con intervallo di pregio: i Giochi Olimpici del 2012. A Londra, cinque anni fa, Bartoletta si presentò come velocista. Arrivò ai piedi del podio nei 100 metri, ma si consolò in staffetta: era la prima frazionista della 4×100 femminile che conquistò vittoria e record del mondo, surclassando le giamaicane. Poi di nuovo il dimenticatoio, fino a due anni fa: Bartoletta si è ripresentata in pedana, dieci anni dopo l’oro di Helsinki, e all’ultimo salto ha pescato un jolly da 7,14 metri (primato personale) che l’ha catapultata dal terzo al primo posto. L’anno scorso, ha cominciato le Olimpiadi tornando a gareggiare sui 100 individuali, dove è arrivata in semifinale. Poi ha vinto di nuovo nel salto in lungo, con un penultimo salto da 7,17 che rappresenta il suo attuale personale. Ed è tornata in pista per la 4×100, di nuovo in prima frazione, di nuovo vincitrice.

A due centimetri da lei, un anno fa, si è fermata Brittney Reese, che con un disperato ultimo tentativo a 7,15 aveva rischiato di riprendersi la testa della gara. Lei, diversamente da Bartoletta, si concentra solo sul salto in lungo. Con risultati eccezionali: è stata campionessa mondiale nel 2009, nel 2011 e nel 2013, campionessa olimpica nel 2012. In nessuna di queste occasioni aveva incrociato Bartoletta in pedana, da cui la differenzia tutto. Bartoletta, alta e magra, fa dell’eleganza e della velocità il suo tratto distintivo e, alla fine della rincorsa, è sempre dritta come un fuso. Reese no, arriva con il busto piegato in avanti e poi, una volta preso il volo, non scende più. Una è inevitabilmente più veloce, l’altra esprime più forza. Il personale migliore ce l’ha Reese: 7,31 metri ottenuto l’anno scorso a Eugene. Vedere lei e Bartoletta nella stessa gara è come vedere il giorno e la notte: una ha vinto quattro ori tra Olimpiadi e Mondiali dominando in maniera prepotente la sua specialità (al conteggio vanno aggiunte tre vittorie ai Mondiali indoor e un argento olimpico), l’altra ne ha vinti cinque ma sempre riemergendo dalle tenebre della memoria, giocando di rimessa, puntando sul fatto di non essere mai la favorita fino in fondo. Due stili diversi, la stessa capacità di sapersi esprimere in maniera eccezionale fino all’ultimo salto.

Potrebbero doversi inchinare entrambe, quest’anno. Perché Ivana Spanovic è scatenata e cerca ardentemente una rivincita a tutte le sconfitte che ha dovuto subire in questi anni sul filo del rasoio. La serba, 27 anni, ha ottenuto tre bronzi in carriera all’aperto: ai Mondiali del 2013, ai Mondiali del 2015 e alle Olimpiadi del 2016. A questi vanno aggiunti un bronzo e un argento ai Mondiali al coperto. A Mosca, quattro anni fa, poteva accontentarsi del terzo posto. Vide Reese vincere in 7,01 e deve aver pensato che quella misura fosse sufficiente per farcela due anni più tardi. Così, a Pechino 2015, fece quella esattamente 7,01 al primo salto. Rimase in testa fino a metà gara e venne in seguito superata da Proctor prima e Bartoletta poi, chiudendo nuovamente terza. Nell’inverno, ai Mondiali indoor, rimase in testa per tutta la gara e al quinto salto allungò fino a 7,07: ma poi vide Reese volare fino a 7,22 e soffiarle l’oro. L’anno scorso a Rio era nuovamente prima già al primo salto. Ma poi, nella volata finale, le altre due l’hanno superata. E, pur con un 7,08 che valeva anche il record nazionale serbo, è rimasta sullo stesso gradino di sempre. Questo inverno ha allungato il suo raggio d’azione fino a 7,24 metri al chiuso. Nessuna ha saltato così lontano nel 2017, tranne lei. Ci è riuscita agli Europei indoor di Belgrado, davanti al pubblico di casa, con il miglior tentativo di una serie di salti in cui tre volte su sei è volata oltre i sette metri. E la sua speranza è che stavolta, a prendere la strada dei Balcani, sia un metallo più prezioso del bronzo.

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