Le lacrime di Reese e le risate di Lingua

L’americana torna per un soffio campionessa mondiale del lungo e dedica la vittoria al nonno scomparso. Il martellista dilettante diventa il migliore italiano a questi Mondiali

Reese
Foto: Getty Images

È finita con Brittney Reese  tornata sul posto che è stato ininterrottamente suo dal 2009 al 2013: il gradino più alto del podio mondiale del salto in lungo, dedicato al nonno scomparso poche settimane fa. «È per lui che salto», ha raccontato a gara finita, dopo l’esultanza e le lacrime, questa ragazza che in pedana sembra sempre saltare di rabbia, potenza e aggressività. Ma l’americana se l’è dovuta sudare fino in fondo, perché tra il 7,02 con cui ha vinto e il quarto posto ci sono appena sei centimetri.

La medaglia di legno è quella di Ivana Spanovic, per delusa per l’ennesima volta in carriera. Al secondo salto era passata in vantaggio con 6,96, un balzo che poteva già essere buono per il podio finale. Ma dopo non è più riuscita a migliorarsi, mentre alle sue spalle le misure si allungavano. Reese ha messo il carico da undici al terzo tentativo: 7,02 per prendere la testa della classifica. Dopo, ha forzato tre volte e tre volte ha fatto nullo. Mentre dietro, faceva la prima grande gara della sua vita Darya Klishina. La russa era una grandissima promessa a diciannove-vent’anni, quando già era in grado di salire sopra i sette metri. Ma dopo non ha più superato quel muro e non era mai riuscita ad azzeccare il podio in una gara importante. Era famosa per la sua bellezza e, soprattutto, per la querelle che l’ha vista protagonista lo scorso anno: fu l’unica russa a cui venne permesso di partecipare alle Olimpiadi di atletica, senza bandiera. Anche se a Olimpiadi iniziate la Iaaf decise di escludere anche lei, che intanto era già arrivata a Rio de Janeiro. Lei fece ricorso, lo vinse e si presentò in pedana. Se la gestione di Isaac Makwala è stata la sintesi 2017 dell’inadeguatezza della federazione mondiale a comandare questo sport, Klishina è stata l’equivalente 2016.

Mentre ormai sembrava destinata a una carriera da mediocre, a Londra ha trovato una grande serata: in vantaggio dopo il primo giro, mai fuori dalle prime tre, un quinto tentativo a sette metri esatti, due centimetri in meno dell’oro, quattro in più del quarto posto. E l’impressione, a 26 anni, di essersi ritagliata il suo posto tra le grandi. Al terzo si è inserita, all’ultimo respiro, Tianna Bartoletta. La campionessa olimpica in carica è incappata in una serata difficile, ma ha tirato fuori dal cilindro un ultimo volo a 6,97 che le è valso il bronzo. Non prenderà parte alla staffetta 4×100: una scelta della nazionale americana, che rinuncia così a una prima frazionista capace di partecipare a due ori olimpici e a un record mondiale. A dimostrazione che le decisioni tecniche incomprensibili non vengono fatte solo in Italia.

E a proposito di Italia: nel lancio del martello, Marco Lingua è arrivato decimo. Un risultato che, per ora, è quanto di meglio la Nazionale sia riuscita a raccogliere se si esclude il sesto posto di Daniele Meucci in maratona. Lingua ha 39 anni, da qualche stagione è uscito dalle Fiamme Gialle e gareggia per una società, la Marco Lingua 4ever, di cui è l’unico atleta. Lo fa nel tempo lasciatogli libero dal lavoro e dagli impegni familiari. Difficile trovare una sintesi più calzante per spiegare che cosa sia, nel 2017, l’atletica azzurra. Gianmarco Tamberi, nonostante una gara coraggiosa, è rimasto fuori dalla finale per colpa delle qualificazioni più difficili nella storia dei Mondiali di salto in alto. E non ha potuto fare da coperta di Linus di un movimento che da anni dimostra tutta la sua inconsistenza e l’incapacità di rinnovarsi. Che l’ultimo quadriennio sia stato fallimentare, lo si era già capito con le Olimpiadi dello scorso anno, ma non sono bastate ad evitare la rielezione di Alfio Giomi alla guida della Fidal, né a mettere in discussione il funzionamento del professionismo, che passa ancora pressoché tutto per i gruppi militari. Con il risultato che l’italiano più bravo di questi Mondiali è un dilettante. Uno che per altro, per convincere i tecnici a portarlo deve sudare il triplo degli altri. E chissà le risate che si farà, Lingua, a pensare di essere l’unico azzurro ad aver conquistato una finale in questi Mondiali. Mentre i talenti da medaglia sono ultraquarantenni e infortunati (Fabrizio Donato), convalescenti (Gianmarco Tamberi), oggetti misteriosi (Alessia Trost), dispersi per infortuni infiniti (Daniele Greco, Marco Fassinotti). In attesa di augurarsi un miracolo da Antonella Palmisano, l’ultima spiaggia per una medaglia, e un bel risultato dalla 4×400 femminile, che resta ancora alla portata. Nonostante tutto.

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