Giro della morte

I 400 metri sono fatali per Miller-Uibo e rischiano di esserlo per Wayde Van Niekerk. Tra le donne vincono le ex seconde linee, mentre Makwala si prepara a dare battaglia

400 donne
Foto: Getty Images/Iaaf

Sembrano brevi, 400 metri: un giro di pista, una gara che dura abbondantemente meno di un minuto. Fanno parte della velocità, è la prima cosa che si insegna nei corsi teorici sull’atletica leggera. Ma è una truffa. Un giro di pista, se è l’unico da percorrere, è infinito. E fa vittime, sia nell’immediato sia a scoppio ritardato. Perché non c’è gara che lasci la stessa quantità di tossine nei muscoli e nella testa degli atleti. Per questo lo chiamano così: giro della morte. Troppo breve per respirare, troppo lungo per mantenere sempre la velocità massima. Nell’ultimo rettilineo, quello decisivo, c’è sempre chi piazza la rimonta sugli altri e sembra accelerare. Menzogna anche questa: rallentano tutti, in maniera tragica. L’anno scorso, facendo il record del mondo a Rio de Janeiro, Wayde Van Niekerk lo percorse in 12 secondi netti. Per coprire il rettilineo di fronte, quello che porta a metà gara, ci aveva messo 9”8.

Non c’è nessuna gara che faccia vittime come i 400 metri, in maniera per di più assolutamente fulminea e impronosticabile. L’ultima caduta è la bahamense campionessa olimpica Shaunae Miller-Uibo, che a 50 metri dalla fine sembrava avviata verso il trionfo. L’avversaria numero uno, l’americana Allyson Felix che è, per inciso, anche l’atleta statunitense più vincente della storia con 15 ori tra Olimpiadi e Mondiali, era entrata in crisi dopo 250 metri. E si stava avviando verso un mesto quarto posto, sopravanzata dalla statunitense Phyllis Francis e dalla giovanissima rappresentante del Bahrain Salwa Eid Naser. Poi, Miller-Uibo si è fermata. Letteralmente. Ha chiuso in surplace, dietro persino a Felix. Ed è quasi sembrato un miracolo che riuscisse a non stramazzare al suolo negli ultimi venti metri. Guardandola in tempo reale, sembrava vittima di un infortunio. Sembra escluso. Semplicemente, l’acido lattico l’aveva devastata e, in quei casi, non c’è santo che tenga. Perché la forza di volontà arriva fino a un certo punto, il resto è chimica e fisica. Un quattrocentista lo sa: c’è sempre il rischio di arrivare fin quasi sul traguardo e scoprire quindi che le gambe, quando ormai l’obiettivo sembra raggiunto, non funzionano più. E vedersi barcollare, mentre i muscoli urlano e diventano duri come pezzi di marmo.

Chiunque abbia visto batterie e semifinali dei 400 non avrebbe mai potuto pronosticare un finale di questo genere. Allyson Felix era effettivamente parsa lontana dai suoi giorni migliori, ma Miller-Uibo aveva letteralmente dominato, dando una dimostrazione di forza indiscutibile. È naufragata sotto la tempesta che ha inondato Londra la sera della gara decisiva. Una possibile motivazione va cercata in un obiettivo ambizioso di Miller-Uibo, naufragato anch’esso nella notte inglese: fare la doppietta 200-400, scoglio contro cui si sono abbattute generazioni di atleti. Nel giorno di recupero tra semifinale e finale dei 400, ha corso le batterie sulla distanza corta. Anche qui, dominando. Ma rinunciando a un fondamentale giorno di riposo. E vedendo così sfilare, prima di Felix che le ha tolto il bronzo, Francis e Naser. Poco da dire sull’americana: 49’’92, nello stadio allagato, è un tempo di assoluto prestigio e il titolo mondiale è meritatissimo. Ma Naser, diciannovenne che fino a una settimana fa aveva 50’’88 di personale, ha fatto un miracolo. Si è migliorata tre volte in tre turni, arrivando fino a 50’’06: difficile trovare casi simili. Il futuro nella disciplina potrebbe essere suo. Per Felix e Miller-Uibo, una grande delusione. Per la seconda, ora, la paura è che le insidie non siano finite, perché ora ci sono le semifinali dei 200 metri. E non sarà una passeggiata. Lei lo sa, perché avrà visto o qualcuno le avrà detto della giornataccia di Wayde Van Niekerk.

Che il sudafricano possa non vincere i 200, è nell’ordine delle cose. Che potesse rischiare di essere buttato fuori in semifinale, non l’avrebbe pronosticato nessuno. E invece, per la prima volta da due anni a questa parte, ha corso una gara di livello mondiale rimanendo nel gruppo. Quando è uscito dalla curva, si è scoperto tremendamente in ritardo rispetto ai primi. E ha imparato anche che nel mezzo giro, sul rettilineo, gli avversari non rallentano come succede sui 400. Così ha dovuto aspettare che uscissero i tempi ufficiali per tirare un enorme sospiro di sollievo: il suo 20’’28 gli è valso il secondo tempo di ripescaggio, con due centesimi di margine sul francese Christophe Lemaitre. Certo, il sudafricano potrebbe avere sottovalutato la prima fase di gara, abituato com’è – nei turni preliminari – a fare la differenza sul finale. Ma è più probabile che abbia sentito tutta la fatica accumulata con i 400. E in questo caso la finale rischia di trasformarsi in un nuovo calvario, se non riuscirà a recuperare le energie per tempo.

Così, ora la gara per l’oro si riapre. Anche perché il botwano Isaac Makwala ha fatto un’impresa ed è in finale. La Iaaf gli ha permesso di correre le batterie dei 200 da solo, grottesco risarcimento per avergli impedito di partecipare alla finale dei 400. Doveva correre sotto i 20’’53, sotto il diluvio, e ce l’ha fatta agilmente, in 20’’20, concedendosi anche la sua solita sbruffonata di qualche flessione al termine della prestazione: se questo talento non è mai riuscito a vincere nulla di rilevante, qualche ragione è anche nella testa. Intanto, giustamente, il botswano si è conquistato il favore della grande maggioranza del pubblico. Non quello della Iaaf, che l’ha sbattuto nella prima delle tre semifinali (togliendogli circa un quarto d’ora di recupero, che in un intervallo di due ore fa qualche differenza) e in prima corsia: la più stretta e, sotto il diluvio, anche allagata per i primi metri. Lui non ha fatto una piega e si è qualificato, arrivando secondo a braccia alzate (di nuovo, usare la testa non sarebbe male: c’è chi così ha perso medaglie o posizioni vitali). Ora gareggerà in finale, in sesta corsia mentre Van Niekerk sarà relegato in seconda. Iaaf permettendo, saranno scintille. Difficile trovare qualcuno che non sia da medaglia. Forse il giapponese Abdul Hakim Sani Brown, che il miracolo l’ha fatto a qualificarsi: ha 18 anni, è riuscito ad agguantare un posto tra i primi otto al mondo. Sbattendo fuori la triste ombra di Yohan Blake, l’unico che sui 200 metri si sia mai espresso ai livelli di Bolt. Se Makwala è l’eroe di giornata, Sani Brown è la rivelazione. In gara con il botswano c’era anche Filippo Tortu. È arrivato sesto su nove semifinalisti, diciassettesimo complessivo, eliminato dalla finale. Ma la prestazione è stata ottima: «La miglior gara della mia vita», il suo giudizio. Forse ha ragione. Ma c’è di bello che, a 19 anni, c’è ancora tempo per ritoccare la classifica.

Sempre sulla distanza del giro della morte, in programma c’erano anche i 400 ostacoli. Ha vinto un norvegese di 21 anni, Karsten Warholm, in 48’’35. Il tempo non è eccezionale per via della pioggia, ma lui ha fatto un’ottima gara. Ha messo dietro il turco Yasmani Copello e soprattutto il favoritissimo americano Kerron Clement, olimpionico e pluricampione mondiale. C’era anche un dominicano, Juander Santos. Ed è difficile non ricordare un altro dominicano, Felix Sanchez, che nel 2012 nello stesso stadio vinse un oro olimpico che inseguiva da otto anni, con una delle prestazioni più emozionanti e commoventi di quella rassegna. A lui, il giro della morte piaceva talmente tanto che, finché il fisico gliel’ha consentito, ha fatto sia la versione piana sia quella con gli ostacoli. Gli altri, come Van Niekerk e Miller-Uibo, stavolta avrebbero fatto meglio a limitarsi ai 400 normali. Lasciando per ora perdere le escursioni sui 200 metri.

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