Dov’eravamo rimasti?

A Londra è arrivata l’ora del salto in alto. Per Gianmarco Tamberi e Alessia Trost, dopo mesi difficili, è l’ora della verità

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Foto Colombo/Fidal

Un anno e qualche settimana fa, a Montecarlo, in una manciata di minuti Gianmarco Tamberi prima migliorò il record italiano di salto in alto maschile portandolo a 2,39 e poi, provando i 2,41, si ruppe il legamento della caviglia sinistra, quella che usa per staccare. Passò dal ruolo di grande favorito delle Olimpiadi a quello di commentatore-feticcio della Rai ai Giochi di Rio. Forse qualcuno lo ricorda, nelle notti brasiliane, interrogato e inquadrato in qualunque momento, su qualunque tema, sino allo sfinimento. Ebbe un’esposizione mediatica incredibile per quello che è sì un grande talento (è campione mondiale indoor in carica, fra le altre cose), ma tutto sommato solo quello. Già prima di farsi male, comunque, aveva preso quella china: tutti ricordano l’half-shave, quel vezzo di tagliarsi la barba solo su metà del viso, un’eredità degli anni nelle nazionali giovanili che si è portato fino all’atletica dei grandi, facendone un marchio con una discreta intuizione di marketing. E molto avevano fatto discutere alcune frasi di fuoco scritte su Facebook contro il marciatore altoatesino Alex Schwazer, al rientro in quel periodo da una squalifica per doping. «Vergogna d’Italia», «non lo vogliamo in Nazionale» e così via. Un passaggio in più attraverso cui Tamberi ha conquistato sempre più spazio sulle pagine dei giornali e sulle rubriche sportive. In effetti, è difficile ricordare in anni recenti un atleta italiano così conteso da tv e quotidiani, così presente al centro del dibattito sportivo.

Mentre Gianmarco Tamberi diventava presenza fissa, a ogni orario, del canale dedicato dal servizio pubblico ai Giochi di Rio, suo padre seguiva l’avventura olimpica di Alessia Trost in pedana. Classe 1993, la giovane friulana è stata uno dei più grandi talenti espressi dall’atletica italiana nell’ultimo decennio: campionessa mondiale juniores nel 2012, capace di salire a due metri (indoor) prima ancora di compiere vent’anni. Ai Giochi è arrivata quinta, ma buttando via un’occasione più unica che rara per andare a podio. Poi, pochi mesi dopo, ha cambiato allenatore: ha lasciato Gianfranco Chessa, che l’aveva scoperta e lanciata nell’atletica dei grandi, per andare con Marco Tamberi ad Ancona. Una scelta che ha destato non poche polemiche: il tecnico sardo era gravemente malato e attaccò la Fidal sostenendo di essere stato trattato in maniera scorretta da tutti i protagonisti della vicenda, di essere stato informato a cose fatte. Ma già a Rio, dall’atteggiamento di Tamberi padre e figlio, sembrava chiaro che le cose sarebbero andate così. Non è stato un anno facile per Trost e non solo perché ad Ancona ha completamente cambiato metodo di lavoro e tecnica di salto, ripartendo da zero: a dicembre ha subito un lutto tremendo come la perdita della madre, poche settimane fa è morto il suo ex allenatore. Ha conquistato la qualificazione ai Mondiali a fine giugno, riuscendo a saltare 1,94. Meglio di questa misura, all’aperto, non riesce a fare da diversi anni. Ai Mondiali, che vedono anche la presenza dell’altra italiana Erika Furlani, si considera una outsider, dietro all’imprendibile russa Marija Lasickene, già nota come Kuchina, e a un gruppo di atlete che lottano per la medaglia. Per lei questo è l’anno zero, l’inizio di una seconda fase della carriera dopo le grandi promesse e qualche delusione di troppo nella prima.

Anche Tamberi è a Londra, nonostante abbia mancato il minimo per l’accesso diretto: utilizza la wild card da campione europeo, la sua miglior misura quest’anno è 2,28. Che non è male, anche se lo relega al trentesimo posto tra i saltatori migliori del 2017. Classifiche che lasciano il tempo che trovano. Per il marchigiano, dopo un anno di stop, è il riavvicinamento all’atletica che conta. Finora, ai Mondiali, non è andata troppo bene: eliminato in qualificazione alle Olimpiadi di Londra quando aveva 19 anni, ottavo ai Mondiali 2015 quando ci si aspettava molto di più, infortunato lo scorso anno a Rio, nella gara su cui aveva puntato tutto. Il talento c’è tutto e a dimostrarlo ci sono un titolo mondiale indoor e uno europeo all’aperto. L’ossessione anche: un anno fa spiegò che il salto in alto non lo faceva per passione, ma perché era forte. E che l’unico suo pensiero era vincere l’oro a Rio. Visto come sono andate le cose, è difficile pensare che un anno dopo scenda in pedana solo per partecipare. Resta da capire se, dopo l’infortunio, è arrivata anche un po’ di maturità, quella che è sempre sembrata mancare all’atleta.

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