Makwala, la Iaaf, le regole e l’atletica

Isaac Makwala
Foto: Getty Images

Makwala correrà da solo una batteria dei 200 metri per qualificarsi alle semifinali. Un “risarcimento” grottesco dopo l’esclusione dalla finale dei 400

 

Dovevano essere i Mondiali del passaggio di consegne tra Usain Bolt e Wayde Van Niekerk, ma sono diventati quelli della saga di Isaac Makwala. Il botswano sta battendo un record: difficile trovare qualcuno che, dopo non essere sceso in pista per due volte quando avrebbe dovuto, scenda in pista il giorno in cui non dovrebbe. Perché è questo che sta succedendo, a un Mondiale che vede la Iaaf sempre più in confusione.

Makwala aveva saltato le qualificazioni dei 200 metri per via di un virus che l’ha costretto fuori dallo stadio. Lui, tuttavia, nutriva ancora la speranza di fare lo sgambetto a Van Niekerk il giorno successivo, nella finale dei 400. Poi è arrivata la notizia che ha ammazzato tutto l’interesse sulla gara forse più importante della rassegna: Makwala doveva stare in quarantena 48 ore, in ossequio – secondo la Iaaf – alle regole del ministero della salute britannico. Questo per impedirgli di contagiare gli altri atleti. È stato bloccato all’entrata dello stadio, come un ladro, e invitato a tornare in albergo. O a prendere la metro, andare a un concerto, entrare in  discoteca. Insomma, poteva rischiare di contagiare chiunque ma non la decina di persone che si sarebbe trovato intorno. La finale del giro della morte si è conclusa lì, le polemiche no.

Naturalmente il più arrabbiato era Makwala, che ha detto alla Bbc di sentirsi «sabotato». Ha ribadito di non essere stato visitato: «Come possono semplicemente guardarti e vedere che sei malato? Se mi avessero esaminato non avrei avuto problemi, ma l’hanno semplicemente supposto». Non ha usato mezzi giri di parole per dire che, secondo lui, la decisione era più dettata dall’intenzione di semplificare il lavoro a Van Niekerk che da esigenze di salute pubblica: «Usain Bolt ora è fuori, così la Iaaf vuole che qualcuno sia il volto dell’atletica». Insinuazione suggerita anche dall’ex primatista mondiale di 200 e 400 Michael Johnson. Makwala diceva anche un’altra cosa non priva di senso: «I britannici non l’avrebbero mai permesso se fossi stato Mo Farah o Wayde Rooney». Difficile dargli torto,  così come quando parla delle conseguenze della sua esclusione: «In Botswana dobbiamo pagare per allenarci, non è come la Gran Bretagna. Mi sento come se fosse stato uno spreco di soldi e di allenamento». Un problema non da poco, per un atleta di quasi 31 anni. E un problema non da poco per un movimento che, già oggi, sta sperimentando la grande fuga di tutti i maratoneti migliori del mondo verso le gare a premi, mentre i Mondiali e le Olimpiadi vanno in scena a ranghi ridotti.

Tuttavia, persino la Iaaf sembra essersi resa conto di aver fatto una sciocchezza lasciando fuori Makwala dalla gara più importante dei Mondiali. Probabilmente l’ha capito quando ha visto una finale noiosissima, già decisa prima della partenza e difficilmente in grado di far scordare a chicchessia una qualunque delle mille imprese di Bolt. Capita, quando non ci sono avversari di livello e i 15 gradi di temperatura impediscono attacchi al record del mondo. O forse, l’ha capito quando persino Van Niekerk ha parlato in sostegno di Makwala. Fatto sta che la federazione ha deciso di metterci una toppa. Quale? Fargli correre da solo, alle 19,40 ora italiana, un 200. Se fa almeno 20’’53, è qualificato alla semifinale. Altrimenti è fuori. Insomma, dopo aver disertato la partenza per un malanno, ora potrà correre da solo un paio di giorni dopo. Difficile immaginare un espediente più grottesco di questo, per arricchire una vicenda già penosa di suo. Questa specie di risarcimento, come minimo, farà arrabbiare tutti quegli atleti che per qualunque contrattempo si sono visti perdere l’occasione della vita. E  potrebbe pure aprire la strada a rivendicazioni future: se tra due anni, ai prossimi Mondiali, qualcuno si trovasse nella stessa situazione di Makwala potrebbe chiedere lo stesso trattamento. E sulla base di quale principio la Iaaf potrebbe negargli questo diritto? Finora, l’atletica funzionava in maniera diversa: essendo i Mondiali assoluti dedicati agli adulti,  gli atleti erano responsabili di sé stessi una volta che entravano in pista. Stai troppo male per gareggiare? Salti la gara e ci riprovi alla competizione successiva. Decidi di scendere in pista anche se non sei al 100%? Lo fai e porti a casa il risultato che riesci a portare. Da questi Mondiali, a quanto pare, non è più così.

Non è semplice per Makwala passare il turno: 20’’53 è un tempo discreto, ancora di più con questo clima. Non avendo punti di riferimento (correrà da solo) non avrà la minima idea dell’andamento della sua gara e dovrà correre fino in fondo. Per poi, poche ore dopo, tornare in pista e fare un altro 200 in semifinale (se passerà il turno). C’è pure da chiedersi, nel caso arrivasse in finale, se non potrebbe esserci qualche ricorso da parte di avversari eliminati.

E a proposito di ricorsi, per una Iaaf ormai assuefatta al ridicolo c’è una federazione francese che la tallona e mette la freccia per superarla. Nella finale dei 3.000 siepi, Mahiedine Mekhissi è arrivato quarto alle spalle dell’americano Evan Jager. La stessa posizione che il transalpino aveva ottenuto un anno fa. E come a Rio, i francesi hanno deciso di chiedere la squalifica del terzo classificato per superamento del cordolo in uscita dalla riviera. All’epoca ci andò di mezzo Ezekiel Kemboi: il kenyano si vide sottrarre l’ultima medaglia di una carriera che l’ha consacrato tra i più grandi siepisti di tutti i tempi. La decisione destò molte polemiche: quell’appoggio era stato pressoché obbligato, nella calca, e certamente non l’aveva avvantaggiato. La federazione francese lo sapeva benissimo, ma non si fece nessun problema a coprirsi di ridicolo insieme a chi le diede ragione. Stavolta, la Iaaf ha rigettato il ricorso. Cercando di convincere gli osservatori che anche per lei ci sia un limite al grottesco. E d’altra parte, se l’avesse accettato, qualcuno avrebbe potuto tirare fuori i frame in cui si vede Mo Farah fare la stessa identica cosa nella finale da lui vinta dei 10.000 metri.

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