Kipyegon doma i 1.500 più belli, Felix un enigma sui 400

Finale 1.500 donne
Foto: Getty Images

Gara apertissima e piena di suspance nel miglio metrico. L’americana in difficoltà nelle semifinali, mentre nasce una stella coi colori del Bahrein

Che cosa succede in una finale mondiale quando, su dodici atlete, almeno quattro puntano alla vittoria e un numero imprecisato può sognare la medaglia? Quando non ci sono favorite, perché la primatista mondiale è in crisi di identità e l’altro nome di punta è una neofita della disciplina? Quando ciascuna ha le sue peculiarità di gestione della gara e, ai punti, i valori in campo sono talmente ravvicinati da rendere impossibile un pronostico? La risposta l’ha data la finale dei 1.500 di Londra, con ogni probabilità la più bella degli ultimi anni nella specialità. L’ha spuntata Faith Chepngetich Kipyegon, del Kenya, che così è andata ad aggiungere l’oro iridato a quello olimpico che porta a spasso da un anno. E se dodici mesi fa, a Rio de Janeiro, destò impressione la sua vittoria da outsider contro Genzebe Dibaba, stavolta l’avversaria  più insidiosa non era più l’etiope primatista mondiale, in crisi di identità da ormai due stagioni a questa parte. C’era l’olandese Sifan Hassan, che puntava alla prima vittoria individuale all’aperto di peso. C’era la sudafricana Caster Semenya, imbattibile o quasi negli 800 e temibilissima nei 1.500. C’era la scozzese Laura Muir, che è dotata di un personale di estremo pregio (3’55’’22) e correva con i favori del pubblico. C’era una vecchia volpe come l’americana Jennifer Simpson, campione del mondo a Daegu nel 2011. Poi sì, c’era sempre Genzebe Dibaba. Il fantasma dell’atleta di due anni fa, ma uno spettro che, sulla linea di partenza, porta in dote con sé un 3’50’’07 che la pone in un’altra dimensione rispetto a tutte le altre. Purtroppo, nella sua dote è compreso anche un allenatore discusso come Jama Aden.

Impossibile trovare una favorita d’obbligo contro cui – e su cui – impostare la gara. In questi casi possono succedere due cose. La prima: esce una gara orribile, risolta all’ultimo rettilineo da qualche volata anemica. La seconda: nasce uno spettacolo pieno di colpi di scena, cambi di fronte e di prospettive, accelerazioni e rallentamenti, fino alla resa dei conti finale. Londra rientra nella seconda categoria. Inizialmente ha provato a dare un senso alla gara Laura Muir, che si è messa in testa con un primo giro in 1’05’’34. Nulla di eccezionale, ma un tempo sufficientemente sostenuto da lanciare un messaggio alle altre: evitare di passeggiare, per non portare Semenya in carrozza agli ultimi 200 metri. Nessuna ha colto il segnale. L’hanno lasciata in testa e la scozzese ha deciso di adeguarsi al resto del gruppo, con un secondo giro chiuso in poco meno di 1’12’’. D’altra parte, a nessuna conveniva tirare: non a Semenya che, forte della sua potenza inarrivabile, aveva l’obiettivo di vincere in volata più che staccare le altre sul ritmo; non a Simpson, abbastanza forte da essere insidiosa per tutte ma non abbastanza per poter sprecare energie andando lei a imporre il ritmo; non a Kipyegon e Hassan, dato che nessuna delle due voleva fare da lepre all’altra; non a Dibaba, fuori forma e già a rischio di eliminazione in semifinale. Ma dopo un passaggio agli 800 eccessivamente lento, Hassan ha deciso di portarsi in testa. Non poteva fare altro: in volata è una delle meno quotate. Ha condotto il terzo giro in 1’01’’1, un ritmo alto ma non impossibile. E così facendo ha allungato il gruppo in maniera significativa, irrimediabile per alcune. Al suo fianco, a sfidarla, c’era Kipyegon. Poi Simpson, Muir, Dibaba, la svedese Meraf Bahta, la polacca Angelika Chicova, l’altra britannica Laura Weightman, solo nona Caster Semenya. E un poco staccata, a quasi un secondo dalla testa. Non molto, ma abbastanza per costringerla ad annaspare. Hassan e Kipyegon hanno continuato il loro testa a testa, mentre dietro le altre aspettavano il momento buono. È andata avanti così fino all’ultimo rettilineo. Quando Dibaba ha alzato bandiera bianca, finendo mestamente ultima. Mentre le due contendenti si lanciavano in una volata, vinta da Kipyegon. Che però ha dovuto spingere fino alla fine. Perché mentre l’olandese mollava, finendo quinta, le altre risalivano. Semenya ha recuperato sei posizioni, di cui due negli ultimissimi metri, ed è finita terza sopravanzando sul finale Muir per soli sette centesimi. Mentre Simpson ha trovato il guizzo e ha chiuso seconda. Kipyegon ha corso l’ultimo 300 in un eccellente 43’’6, grosso modo lo stesso ritmo di Simpson. Alle loro spalle Semenya, per completare la sua rimonta, copriva la distanza in 43’’0. Tempi finali: 4’02’’59 Kipyegon, 4’02’’76 Simpson, 4’02’’90 Semenya. Tra le cose più importanti che ha detto la gara, una riguarda proprio la sudafricana: non è imbattibile. Certo, i 1.500 non sono gli 800. Ma se davvero Semenya vivesse su un altro pianeta rispetto alle sue avversarie, sarebbe riuscita a sconfiggerle in qualche modo anche stavolta. Non è stato così, nonostante un ultimo rettilineo impressionante.

Fino a quel momento, le cose più interessanti della giornata si erano viste nelle semifinali dei 400 metri femminili. La campionessa olimpica in carica Shaunae Miller-Uibo ha dominato la sua serie, chiudendo con un 50’’36 che ha impressionato per la facilità con cui è stato ottenuto. Più impressione ancora ha destato una juniores del Bahrein, Salwa Eid Naser. Si presentava a Londra con un personale di 50’’88, l’ha tagliato a 50’’57 in batteria. In semifinale si è migliorata di un altro mezzo secondo: 50’’08, correndo come se avesse ancora margine. E soprattutto, finendo davanti a Sua Maestà Allyson Felix,  recuperandola in rettilineo e cioè dove l’americana è più forte. La statunitense campionessa del mondo in carica non è sembrata a suo agio. Sicuramente ha corso con del margine rispetto all’impegno massimo. Ma a quanto ammonti quel margine, per ora, è difficile dirlo. Mentre quello di Miller-Uibo sembra terribilmente ampio.

Sui 110 ostacoli, invece, l’ha spuntata il giamaicano Omar Mc Leod, campione olimpico in carica, che ha dedicato il primo oro del Paese caraibico a Usain Bolt. Ha preceduto il russo Sergey Shubenkov, campione mondiale uscente, che l’anno scorso a Rio non c’era per decisione della Iaaf e quest’anno gareggiava senza bandiera. Terzo, a sorpresa, l’ungherese Balász Baji. In finale c’era Aries Merritt, l’americano primatista del mondo che due anni fa si sottopose a un intervento ai reni per una malattia pochi giorni dopo aver conquistato il bronzo ai Mondiali 2015. Questi erano i suoi primi Mondiali da allora. Ha chiuso quinto, ma la sua gara l’aveva già vinta. Nel salto triplo femminile, duello all’arma bianca tra la venezuelana Yulimar Rojas e la colombiana Caterine Ibargüen. La prima, un talento smisurato di 22 anni, è il futuro della specialità. La seconda, 33 anni, ne è il presente con due ori mondiali e uno olimpico. Ibargüen è in testa con 14,67 al primo turno, risponde Rojas al secondo con 14,82. Al terzo Ibargüen, caparbia, si riporta in testa: 14,89, mentre l’altra ritocca a 14,83. La situazione si capovolge di nuovo al quinto salto: Rojas si allunga fino a 14,91, passando in testa per due centimetri. All’ultimo salto Ibargüen raccoglie tutte le energie, si lancia e arriva a un soffio: 14,88. Per Rojas è il primo oro in carriera, dopo l’oro al coperto dei Mondiali 2016 e l’argento olimpico proprio alle spalle di Ibargüen. In pedana, intanto, la primatista mondiale del martello Anita Wlodarczyk andava ad aggiungere un altro oro a una collezione che comprende ora due titoli olimpici e tre mondiali.

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