Il futuro è nei 400 e la velocità è di nuovo contendibile

Tori Bowie
Foto: Getty Images

Sul giro della morte maschile Van Niekerk scopre di avere un rivale in più, l’atletica di avere una leva su cui spingere per evitare che l’addio di Bolt la trasformi in uno sport minore. Nei 100 donne, lo sprint coinvolge nuovamente tutti i continenti

Nel primo giorno del dopo-Bolt, da Londra sono arrivate almeno due indicazioni su questa nuova epoca. La prima riguarda i 400 maschili, dove tutti i favoriti sono approdati in finale. Wayde Van Niekerk ha gareggiato con estrema facilità, scendendo fino a 44’’22 e facendo capire al mondo che in finale proverà davvero ad abbattere il muro dei 43 secondi. Ma ha scoperto, mentre aspettava di correre la sua serie, di avere un avversario in più di quelli preventivati. Finora, si pensava che la finale sarebbe stata una questione tra lui e il botswano Isaac Makwala, vincitore della sua semifinale con un buon 44’’30. Invece il bahamense Steven Gardiner, 22 anni, ha deciso di fare sul serio e mettere pressione a tutti. Scendendo, per la prima volta in carriera, sotto i 44 secondi. E agevolmente: il suo crono dice 43’’89, primato nazionale. Ha esagerato, considerando che gli manca ancora il turno di finale e che non bisognerebbe sprecare energie? Non è facile dirlo. Perché vista da fuori, la sua è sembrata una prestazione in totale controllo. E l’impressione è che al momento il giovane valga diversi decimi in meno. Insomma, Van Niekerk e Makwala sono avvisati: LeShawn Merritt è stato eliminato, sconfitto più dal suo logorio che dagli avversari, ma in finale c’è un ospite inatteso, che parte alla pari con loro. In tre per un oro, in un confronto stellare che promette pathos e record. Su una gara, e questo è l’aspetto più emozionante, che ha un potenziale mediatico enorme. I 400 durano meno di un minuto, quindi sono digeribilissimi da qualunque tipo di pubblico. Ma durano più dei 10 secondi dei 100, quindi uno spettatore ha tempo di capire cosa succede: la diversa distribuzione dello sforzo, la suspance in attesa che l’uscita della seconda curva azzeri il decalage e faccia realmente capire chi è in testa, il rettilineo denso di colpi di scena in cui emerge in tutta la sua cruda chiarezza il significato dell’espressione “giro della morte”. Insomma, eguagliare Bolt sul suo campo è impossibile nell’immediato. Ma si può riempire il vuoto che ha lasciato con una gara in cui non ha mai brillato, che vede atleti fortissimi e delle prospettive per il futuro di sempre più alto livello.

Il secondo aspetto riguarda le donne e i nuovi equilibri della velocità. L’acciaccata Elaine Thompson ha perso a sorpresa la finale dei 100 metri, dopo che in semifinale aveva stampato un eccellente 10’’84. Un’involuzione pesante e preoccupante per lei, considerando che è avvenuta in poche ore. Ha chiuso quinta, a festeggiare è stata Tori Bowie che ha vinto tuffandosi con 10’’85. Ora, ha le carte in regola per vincere anche i 200. Finito Bolt, insomma, la Giamaica sembra aver subito il colpo. E gli Usa, dopo anni di cocenti batoste, ora conducono due a zero nel conto degli sprint vinti quest’anno. Seconda è arrivata un’ivoriana, Marie-José Ta Lou, al primato personale. Terza l’olandese Dafne Schippers a cui questo podio, per come è arrivato, non sta certo stretto. Insomma, le prime tre posizioni sono rappresentate da tre continenti diversi. La Giamaica, su sei medaglie tra uomini e donne, ha portato a casa solo il bronzo di Bolt. La velocità è di nuovo aperta a tutti.

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