Un thriller di 10 secondi e l’anno zero dei 100 metri

La vittoria di Gatlin è il finale a sorpresa di un copione perfetto nella sua durezza: il male trionfa contro il bene, il vecchio affonda il nuovo. L’atletica fa i conti con la sua anima nera, i 100 metri ripartono da zero. E Bolt ritorna un essere umano

Iaaf Campionati Mondiali 2017 di Atletica Leggera
Foto: Colombo/Fidal

C’è qualcosa che rasenta la perfezione, nella trama spietata con cui è andata in scena l’ultima gara individuale di Usain Bolt. Un insieme di intrecci, colpi di scena e suggestioni per quella che è stata contemporaneamente la fine di un’epoca, l’apertura di quella nuova e il ritorno di quella vecchia. Il tutto in meno di dieci secondi. Che sarebbe stata una gara emozionante, era facile percepirlo. L’imperatore per la prima volta umano, più ancora di quando nel 2015 rischiò di abdicare. Un giovane americano, Christian Coleman, intenzionato a spodestarlo. E dietro, un nugolo di attori che sognavano di farcela. Con poche speranze, però. Justin Gatlin, l’americano che due anni fa arrivò a un nulla dalla detronizzazione di Bolt, era dato 11 a uno. Troppi, 35 anni, anche per un uomo capace di vincere Olimpiadi e Mondiali, prima di essere squalificato e di tornare in pista con la maschera del cattivo da fischiare in tutti gli stadi. Persino la corsia, l’ottava, sembrava intimargli di rimanere lontano dalla scena. Il palco ce l’avevano altri.

Il 5 agosto non è una data qualunque: in questo stesso giorno e in quello stesso stadio, cinque anni fa, Bolt vinse la finale dei 100 contro Yohan Blake. Chiuse in 9’’63, con quella che forse è stata la più bella prestazione della sua carriera. All’epoca voleva difendere il suo regno. Stesso obiettivo di stavolta, ma le ferite e la stanchezza erano molte di più. Anche per gli altri: Blake, l’uomo che nel 2012 doveva prendere il suo posto, era un pallido riflesso di sé stesso al fianco di Gatlin. E le quattro comparse, tra cui poteva spiccare il sudafricano Akani Simbine, non erano all’altezza di quelle presenti a Londra.

Alla sua ultima recita, il giamaicano è arrivato con la speranza di farcela anche stavolta. Probabilmente l’ha mantenuta anche dopo la partenza, nonostante solo per uscire dai blocchi avesse già  reso sei centesimi a Coleman, dieci anni più giovane di lui. L’altro era miglia avanti, a metà gara. Ma quante volte era già successo? Le cose hanno iniziato ad andare a rotoli dopo. Quando Bolt ha disteso la corsa, ma per la prima volta in vita sua non è riuscito a risucchiare chi lo precedeva. Si è stupito, il Fulmine, ha digrignato i denti e si è gettato in avanti disperato. Inutile. Coleman ha ceduto qualcosa, non tutto. E gli è rimasto davanti. Bolt, dopo nove stagioni da semidio, ha scoperto di essere tornato un umano. Il giovane americano, però, ha commesso un errore. Ha dimenticato che il mondo non finiva in corsia quattro, quella alla sua sinistra. E che c’erano altri sei avversari in pista. Soprattutto uno, in grado di vincere le Olimpiadi quando lui aveva otto anni.

Justin Gatlin è emerso dal nulla, come l’imbucato a una festa che non è la sua. Non lo stava guardando nessuno. Il pubblico pensava di averlo già sepolto con la caterva di fischi riservatagli prima della gara, come sempre da quando ha scontato la squalifica. Ma uno come l’americano non lo si elimina così facilmente. E lui è riemerso da oltre un decennio di dannazione, andando a prendersi l’oro mentre nessuno lo guardava. Poi l’indice davanti alla bocca, dedicato a tutti quelli che lo fischiavano. Così, mentre Bolt si preoccupava di lottare contro il futuro e Coleman di detronizzare il re, il passato li ha fagocitati entrambi. Ha vinto l’uomo che fece da trait d’union tra Maurice Greene e Usain Bolt, quello che doveva essere l’astro dell’atletica americana e invece ne diventò la vergogna vivente. Ha vinto l’alter ego  di Bolt, colui che era come il giamaicano ma che perse tutto. Probabilmente Gatlin lo sapeva, quando gli si è inchinato davanti: si stava inginocchiando davanti a ciò che lui avrebbe potuto essere, se undici anni fa le cose fossero andate diversamente. Se non si fosse fatto trovare dopato.

Ognuno ci vedrà quello che vuole nella vittoria di Gatlin. In questo Lucifero squalificato da campione mondiale e olimpico in carica e scaraventato all’inferno, tornato quando il più grande era un altro (a proposito: il suo primo podio dopo il rientro fu a Londra 2012, terzo) e odiato per il tentativo di riprendersi il trono nonostante avesse mostrato il suo lato imbroglione. Lui, che non ha mai polemizzato e ha sempre tentato di tenere un basso profilo, non replicherà. Se lo facesse, potrebbe dire che c’era prima di Bolt e che c’è stato dopo. E che l’ha battuto sul campo, unico in un Mondiale o in un’Olimpiade dal 2008 a oggi, chiudendo gli occhi su quella squcalifica del 2011 per falsa partenza. Oppure, se è un appassionato di musica italiana, potrà itare questi versi: «Ma c’è amore un po’ per tutti, e tutti quanti hanno un amore, sulla cattiva strada». E riassaporare quella vetta inseguita per dodici, lunghissimi anni, a partire dal 2005.

Ci sono tutti i mali dell’atletica, in questa vittoria. Le braccia alzate di un due volte squalificato per doping, su cui ancora aleggiano sospetti perché i vantaggi acquisiti con le sostanze non se ne vanno del tutto via nemmeno dopo anni. L’ipocrisia della Iaaf, che ha sempre trattato Gatlin come un cane in chiesa dimenticando che le regole le fa lei ed è per lei che Gatlin può gareggiare. E dimenticando anche che il mondo dell’atletica è pieno di Gatlin, solo meno pericolosi di lui per l’uomo-simbolo del movimento e quindi risparmiati dall’odio generale. L’incapacità della regina degli sport di raccontarsi al di là del suo fenomeno: dopo la gara, le telecamere erano tutte per Bolt. Come se avesse vinto lui. Perché la gara, i vincitori e gli sconfitti, i tempi, le storie non valgono nulla davanti al Fulmine. Anche se è qualcun altro a vincere. L’antisportività di chi ha deciso che l’intervista post-gara al vincitore andasse comunque a Bolt: uno sfregio a Gatlin, che comunque è legittimato secondo le regole a intestarsi la vittoria. E in generale a tutti i corridori: potete anche vincere, Bolt arriva comunque davanti a voi.

La vittoria di Gatlin ha qualche lato positivo. È talmente assurda, inaspettata e per certi versi inaccettabile, che costringerà il movimento a riflettere. In parte, sull’alzare il livello della lotta al doping (su questo, chiariamolo subito, la Giamaica ha ben poco da insegnare al mondo). E in parte sulla necessità di non legare i propri destini a un uomo. Perché tanto prima o poi perdono tutti.

Per il Fulmine, il terzo posto significa primo bronzo in carriera. Per i 100 metri, questa gara rappresenta invece l’anno zero. Cinque anni fa a Londra, con 9’’92 si arrivava quinti. Quello stesso tempo ha significato vittoria nel 2011, guarda caso l’anno in cui Bolt fu squalificato per falsa partenza. Ma non è tanto il singolo crono a impressionare: il punto è che se vince un uomo di 35 anni in fase calante di carriera, il ricambio generazionale sta mancando. Certo, c’è Coleman. Ma nelle prime quattro posizioni ci sono ancora i tre medagliati di Londra 2012. Due di loro, con ogni probabilità, non ci saranno più tra due anni: Bolt perché l’ha detto, Gatlin perché finalmente ha chiuso con le sue ossessioni. Ora, la caccia per il titolo di erede è aperta. E Coleman, se vuole quella nomea, non dovrà più farsi sconfiggere da qualcuno più vecchio di lui.

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