La gara migliore di Mo Farah

Mo Farah
Foto: Getty Images

 

Sui 10.000 metri, al settimo anno di dittatura, Mo Farah ha corso la sua finale più impegnativa. E l’ha stravinta.

Stavolta ha rischiato molto grosso. Uganda, Kenya, persino l’Etiopia nella sua pochezza le hanno provate tutte per mettere in difficoltà Mo Farah. Il britannico, all’ultimo 10.000 della sua carriera, ha dovuto dare fondo a tutte le sue qualità per vincere. L’ha fatto con un tempo, 26’49’’51, che è ad appena tre secondi da un primato personale risalente a sei anni fa. A 34 anni, non era così scontato che riuscisse ancora a viaggiare su questi ritmi. Invece ci è riuscito, davanti al pubblico di casa in delirio. E soprattutto ha vinto lottando per 25 giri, senza potersi permettere il lusso di aspettare l’ultimo chilometro per farsi vedere e l’ultimo 400 per mettersi in testa.

Perché stavolta è stata battaglia fin dal primo metro. Merito soprattutto di un ventunenne ugandese, Joshua Kiprui Cheptegei, forse la vera rivelazione della gara: ottavo lo scorso anno a Rio, con un 27’10’’06 che rappresentava fino a poche ore fa anche il suo primato personale, si è messo in testa fin dalla prima curva e ha imposto un ritmo alto dal primo chilometro, con una mini-fuga nei metri iniziali. Primo giro in 61’’, una follia in una finale mondiale. Poi, nonostante il rallentamento fisiologico, un passaggio al 1.000 in 2’39’’48, proiezione da 26’35’’. Non abbastanza per spaventare Farah, che passava diciassettesimo, ma per mettere tutti sull’attenti sì. Con lui, nelle prime posizioni, soprattutto ugandesi e kenyani. Per quanto non altissimo, il ritmo ha continuato a essere sostenuto anche nei chilometri successivi: passaggi da 2’46’’, 2’43’’7 e 2’44’’7 sono sostenibili da tutti gli atleti di vertice, ma non facilmente digeribili in vista dell’inevitabile accelerazione finale.

Hanno costretto il britannico a uscire allo scoperto: Farah, che di solito si trova a suo agio nelle ultime posizioni fin verso la fine, si è messo davanti e al quarto chilometro è passato in seconda posizione. Poi è scivolato indietro, ma sempre tenendo d’occhio il gruppo la testa. Intanto è salito in cattedra il Kenya. Bedan Karoki Muchiri è sbucato dalla pancia dal gruppo e con un violentissimo strattone ha riportato il gruppo sotto i 62 secondi al giro, per poi rallentare di nuovo: quinto chilometro in 2’40’’, sesto in 2’43’’7, sempre con i kenyani davanti, intervallati anche da un passaggio dell’eritreo Aron Kifle tra i primi. Quando ha visto che il ritmo stava scemando, è ripartito Cheptegei: il settimo chilometro è stato coperto in 2’44’’7, quello successivo in 2’38’’8. E a quel punto, è iniziata la bagarre. Mo Farah, per provocare ma soprattutto per evitare di farsi cogliere di sorpresa, si è portato in testa. L’etiope Abadi Hadis ha fatto il ritmo per un paio di giri, l’unica fase in cui l’Etiopia è sembrata in partita. Ha ceduto il passo a poco più di 600 metri dalla fine, quando Farah, che lo braccava da un pezzo, ha deciso di rompere gli indugi, cogliere tutti di sorpresa e partire per una volata lunghissima. Che fosse nelle sue corde non era una novità. Ma qualche dubbio sul fatto che un’azione del genere, a 34 anni, fosse rischiosa era più che lecito.

Invece ha tenuto fino alla fine, di autorevolezza e di cattiveria, con qualche spallata (ma fa parte del gioco), con un piede messo interno al cordolo all’ultimo giro (e qui, per una cosa del genere e una giuria sciagurata, l’anno scorso il siepista del Kenya Ezekiel Kemboi perse un bronzo) e un ultimo chilometro in 2’29’’4. Il più convinto nel cercare di contrastarlo è stato il kenyano Paul Kipngetich Tanui, ma Farah è riuscito a tenerlo sempre all’esterno costringendolo a fare più strada e a perdere energie preziose. Cheptegei, intanto, era alle loro spalle insieme a Muchiri. Cercavano uno spazio in cui infilarsi: sull’ultimo rettilineo, mentre il britannico si involava verso la vittoria, l’ugandese si è allargato in seconda corsia e si è buttato all’inseguimento. Troppo tardi per vincere, perfetto per l’argento. Meritato, visto che è stato Cheptegei, più di tutti, a tentare di far saltare in banco. Dietro, Tanui è arrivato terzo e Muchiri quarto.

Detto dell’ottimo 26’49’’51 di Mo Farah, Cheptegei ha chiuso appena quattro decimi più lento, migliorando di quasi ventuno secondi il suo personale: un secondo per ciascuno dei suoi anni di vita. Si è proiettato in una dimensione nuova e chissà che non sia lui, una volta che Mo Farah avrà messo da parte le chiodate, a prendere il controllo delle operazioni nei 5.000 e nei 10.000. La prudenza è d’obbligo, visto che troppo spesso la storia dell’atletica ha regalato giovani mezzofondisti dal talento enorme e di età giovanissima poi spariti nel nulla. Spesso, col sospetto che quell’età fosse un po’ truccata. La speranza è che non sia così anche per Cheptegei.

In un 10.000 che ha riportato in auge il gioco di squadra (soprattutto per quanto riguarda ugandesi e kenyani), resta il rammarico per non aver visto più spesso gare di questo tipo: contro un Mo Farah tirato a lucido ci sono ben poche chance. Ma resta il dubbio che a volte, in questi sette anni di dittatura, il britannico non fosse in condizioni perfette e che, se qualcuno l’avesse attaccato con questa stessa condizione, qualcosa sarebbe potuto accadere. L’altra osservazione riguarda il valore in volata dei suoi avversari: per regolarli, a Mo Farah è bastato un ultimo giro in 55’’6. Viziato, chiaramente, dai ritmi alti tenuti per tutta la gara. Ma se si fosse trovato davanti un fuoriclasse assoluto – un Kenenisa Bekele, un Haile Gebrselassie o qualcuno dei loro migliori avversari – forse non sarebbe bastato. Per l’Etiopia, però, non è il momento di ricordare certi fasti. Il migliore, tra gli eredi di Bekele, è stato Jemal Yimer quinto. E a parte la breve avanscoperta di Hadis, gli etiopi sono sempre sembrati fuori dalla gara. Una crisi di vocazioni preoccupante, per quella che è sempre stata la loro gara di riferimento insieme alla maratona.

Per un campionissimo al passo d’addio con la gara migliore della sua carriera, c’è il fuoriclasse assoluto che ha affrontato il suo ultimo esordio in un Mondiale. Usain Bolt era in sesta batteria, l’ultima. Ha corso in 10’’07, con una partenza alla moviola e un lanciato in assoluto controllo. All’arrivo ha scosso la testa dubbioso. Eppure, per quella che è stata la sua stagione finora, è sembrato in miglioramento. Forse si aspettava qualcosa di meglio, ma l’impressione è che possa limare almeno un paio di decimi. E per quello che si è visto finora, potrebbero bastare a vincere: il livello dei 100 a questi Mondiali è il più basso dell’epoca del Fulmine. Ironia della sorte, proprio nell’anno in cui il minimo di qualificazione era pressoché proibitivo: 10’’12, difficile se non impossibile trovare un tempo più basso nelle edizioni passate. Ma Tyson Gay e Asafa Powell non ne hanno più e Justin Gatlin, che pure si è qualificato agevolmente, è alle ultime cartucce. Yohan Blake, qualificato ma con enorme fatica, non è che il pallido fantasma di quello di cinque anni fa. Delude un po’ il sudafricano Akani Simbine, uno con velleità da medaglia, che si è qualificato solo grazie ai tempi di ripescaggio. Mentre svolge perfettamente il suo dovere Christian Coleman, 21 anni, il più veloce quest’anno con 9’’82, che sotto sotto sogna il colpaccio. Si è fermato a 10’’01, l’unico a sfondare il muro, con 9’’99 e il primato personale, è il giamaicano Julian Forte. In semifinale non si potrà più giocare a nascondino: dovranno tutti impegnarsi a fondo e, forse, pure Sua Maestà. La rivelazione viene dal Giappone, si chiama Abdul Hakim Sani Brown e ha 18 anni: ha vinto la sua batteria davanti a Yohan Blake, chiudendo in 10”05 con il suo nuovo primato personale.

Il faccia a faccia più interessante di giornata, però, l’ha regalato la batteria dei 1.500 metri femminili, dove erano impegnate sia la primatista mondiale Genzebe Dibaba in cerca di riscatto dopo le accuse di doping al suo allenatore Jama Aden e un’Olimpiade decisamente storta nonostante l’argento, sia la sudafricana Caster Semenya. La campionessa olimpica degli 800 sta tentando la doppietta tra i due giri e il miglio metrico: tra batterie, semifinali e finali significa sei serie nel giro di pochi giorni su due distanze molto impegnative. Se ce la facesse, sarebbe un’impresa. I 1.500 non sembrano proprio la sua gara: troppo muscolosa e potente, per uno sforzo che dura intorno ai quattro minuti. E in effetti, nella prima parte, Semenya non è sembrata troppo a suo agio. Ma quando è partita in progressione, risalendo dalle retrovie, ha rimontato tutte con estrema facilità. Solo Dibaba è riuscita a tenerla alle spalle fino alla fine. Entrambe sono scese sotto i 4’03’’, tempo ottimo sempre ma soprattutto per un turno di qualificazione. Non ce l’ha fatta, come da pronostici, l’azzurra Margherita Magnani: a nulla è valso il vantaggio di correre in ultima batteria conoscendo già i tempi di ripescaggio, il mondo viaggia a un’altra velocità. Ha chiuso in 4’09’’15, il suo personale è 4’06’’05 e quindi c’era ben poco margine. Resta una gara in cui fin da subito l’azzurra si è messa in fondo al gruppo, chiusa dalle avversarie e costretta a sgomitare e disperdere energie preziose. Per un’atleta che non ha certo nel cambio di ritmo la sua arma migliore, un po’ poco se l’obiettivo è quello di passare il turno. «Non ho niente da rimproverarmi», ha detto ai microfoni Rai a fine gara. Forse, un minimo di intraprendenza in più per una competizione che arriva una volta ogni due anni e, con le Olimpiadi, dovrebbe essere il momento più importante della carriera poteva essere legittimo aspettarselo. Anche a costo di rischiare di perdere. Magari prendendo esempio da Jessica Judd, che in prima batteria ha tirato fin dall’inizio e, nonostante il calo nel finale, ha conquistato primato personale (4’03’’73) e qualificazione diretta. Poteva scoppiare, ma se non ci si prova il turno non lo si passa comunque. Esce, nelle qualificazioni del salto in lungo, l’italiano Kevin Ojiaku. Con una soglia di qualificazione a 7,91, un’occasione persa.

Si riparte con la seconda giornata: occhi puntati, in mattinata, sulle batterie dei 400 metri maschili e sulla discesa in pista di Wayde Van Niekerk. In attesa dell’ultima recita del Re, l’esordio di quello che potrebbe essere l’erede.

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